lunedì 16 luglio 2018

Giostra Trump giravolta sull’Iran che troppo cattivo non conviene

Gli Stati Uniti, con un ennesimo giro di valzer diplomatico, mandano segnali di pace agli ayatollah.
-L’improvvida mossa di stracciare il trattato ha fatto risuscitare i “duri e puri” di Teheran.
-Gli americani hanno chiesto l’aiuto di Putin.

Nucleare, Trump dopo Kim
ora accarezza anche l’Iran

Giostra Trump giravolta sull’Iran. La politica estera di Donald Trump ci ha ormai abituati a giri di valzer, piroette e tuffi carpiati di ogni tipo. L’ultima sorpresa in arrivo, che viste le premesse non sorprenderà proprio nessuno, è il deciso cambio di atteggiamento nei confronti dell’Iran. Manco fossero passati lustri e lustri dalle ultime bordate sparate dal Presidente Usa contro il programma nucleare degli ayatollah, adesso i toni della Casa Bianca sono diventati improvvisamente più morbidi. Poco prima del summit con il leader nordcoreano Kim Jong-Un, Trump, in occasione della visita del premier giapponese Shinzo Abe, ha sotterrato l’ascia di guerra. Affermando che l’Iran, nei mesi passati, ha assunto una condotta molto più saggia, per quanto riguarda lo scacchiere del Mediterraneo e i conflitti aperti in Siria e Yemen. Il Presidente ha poi aggiunto che proprio l’appeasement con Pyongyang può essere una buona “road map” per arrivare a un’intesa soddisfacente anche con Teheran.

Il colpo di teatro è continuato dopo l’incontro con Abe, quando Trump ha dichiarato che l’Iran, rispetto a tre mesi fa, “è veramente un altro Paese” e che lui è convinto che si possa negoziare un nuovo trattato nucleare in modo da eliminare progressivamente le sanzioni commerciali imposte agli ayatollah, definite “estremamente pesanti”. La parolina magica che spiega tutto? Diplomazia parallela. O relazioni internazionali “asimmetriche”, fate voi. Cioè strategie che si confondono con la tattica e algoritmi che delineano una “foreign policy” istintiva, dove i tempi vengono dettati a casaccio. Un distillato di caos, insomma, dove complessità, imprevedibilità e ingovernabilità del sistema globale si tengono per mano. E fanno diventare improvvisamente desueti, quasi patetici, i grandi organismi internazionali: l’Onu arranca, la WTO ha le convulsioni sotto i colpi inferteli dal protezionismo, il G7 è ridotto a una comparsata, la Nato è alla spasmodica ricerca del nemico perduto e l’Unione Europea è alla struggente ricerca di se stessa.

Il “Trumpismo” devasta gli scenari preesistenti e lascia dietro di sé un cumulo di rovine fumanti, dove vagano inebetiti, sotto un plumbeo cielo da “Day-After”, diplomatici, analisti ex strateghi e capi di Stato. L’abbiamo detto e lo ripetiamo: l’America non sta riscrivendo un’epoca, la sta semplicemente cancellando, confondendo gli alleati, accarezzando i “nemici” e scegliendo, più o meno cinicamente, la strada del “face-to-face” per risolvere la montagna di problemi che ci portiamo appresso. Si discute e ci si accorda in due o in tre. Il resto, dalle risoluzioni delle Nazioni Unite al carrozzone dei grandi vertici internazionali, è materiale buono solo per i fotografi e le notizie di cronaca. Che vengono puntualmente smentite il giorno dopo. Abbiamo scritto che qualche anno fa l’Economist, volendo bollare la politica estera di Obama come “indecisa”, la definì “zigzagging”.

E non a caso the “Bible”, l’austera e prestigiosa rivista londinese sopra citata, dedica la sua ultima copertina al minestrone diplomatico che bolle nei pentoloni della Casa Bianca, del Pentagono e del Dipartimento di Stato. Ma torniamo all’Iran. Gli allarmatissimi esperti israeliani (fonte “Debka”) sono convinti che cambiare treno in corsa, come avvenuto con Kim, non sarà tanto facile per Trump. Per molti versi, l’affaire che riguarda Teheran è molto più contorto di quello coreano e coinvolge un sacco e una sporta di Stati (grandi e medie potenze) e una macro-area di crisi che va dal Medio Oriente fino all’Asia Centrale. Passando per la vena giugulare del Golfo Persico. E poi, nel caso specifico, manca il grande mediatore, come la Cina con Kim. La Russia per ora aspetta alla finestra, cercando di massimizzare i guadagni. I suoi adviser hanno detto a Trump che mettere l’Iran all’angolo non è stata una buona mossa.

A Teheran i “duri e puri” hanno rialzato la testa e la stessa “guida suprema”, Alì Khamenei, ha dato l’ordine di riprendere l’arricchimento dell’uranio. Hassan Rouhani ha “avvisato” il Presidente francese Macron che rispettare un accordo senza gli Stati Uniti non ha senso. E il capo della “Aeoi” (Iran’s Atomic Energy Organization), Behrouz Kamaivandi, ha confermato che le centrifughe della centrale di Fordow presto torneranno a produrre uranio, quello buono per la “bomba”. Alla faccia del patto stracciato dagli americani. Last but not least, pare che Trump abbia chiesto aiuto a Putin, guarda tu! Cioè fare pressioni sugli ayatollah e sugli sciiti di Hezbollah, che potrebbero essere “invitati” a sloggiare dalla Siria. Liberando la regione intorno al Golan e facendo respirare Israele. Sarebbe questo il leit-motiv del prossimo vertice auspicato da Washington col capo del Cremlino. Sorpresa? No, un altro giro di valzer. Nella speranza che tutto il resto del pianeta non sia costretto a ballare la samba.

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