lunedì 25 giugno 2018

Svolta coreana Usa, addio Europa, mondo tripolare con Cina e Russia

La Casa Bianca gira le spalle all’Europa e sceglie uno scenario strategico condiviso con Russia e Cina.
-La sequenza delle sgarberie G7 e le esagerate piaggerie concesse ad Oriente dal rozzo Trump.

Svolta coreana Usa, addio Europa
Kim Jong-Un avrà pensato: “Abbiamo finito di stringere la cinghia”. Donald Trump, invece, ha detto: “Un incontro che fa la storia e che allenterà la tensione in tutto il pianeta”. Facendogli risparmiare un sacco di dollari, aggiungiamo noi. Ecco, il summit di Singapore può essere riassunto in queste due frasi, che rispecchiano la summa di un approccio finalmente cooperativistico. Niente giochi “a somma zero” insomma, perché chi perde si vuole rifare. E sarebbe di nuovo guerra. Che, valutazioni etiche a parte, costa sempre più della pace. Per Kim è il trionfo della “Dottrina delle scatolette”, come qualche analista chiama la strategia studiata a tavolino da Jong-Il, il padre del “Giovane leader”.

Un dittatore che aveva in testa, a parte aragoste, donne e champagne, la sopravvivenza del regime (e della sua dinastia) dopo la catastrofica caduta dell’impero sovietico e le mirabolanti trasformazioni del marxismo cinese in capitalismo di Stato. Dunque, Jong-Il, scarpe grosse e cervello fino, assodato che la sua economia correva sempre più velocemente verso un dirupone, fece una bella pensata: costruiamoci le bombe atomiche e chiediamo il “pizzo”. Vicini danarosi ce ne sono. A cominciare da Giappone e Corea del Sud. Convinciamo anche gli americani che, realizzando un programma di missili balistici capaci di raggiungere le Hawaii e poi anche la California, saremo in grado di non farli dormire la notte. Pagheranno tutti e vivremo felici e contenti, senza tanti patemi d’animo.

Il copione, rivisto a Pechino dai “patrons” cinesi, alla fine ha funzionato, perché è andato in scena al momento giusto, cioè quando Trump ha rinunciato al ruolo di “poliziotto globale”. Che costa troppi soldi e dà tante noie. Molto meglio essere i poliziotti di se stessi, rilanciando tattiche e strategie neo-isolazionistiche, protezionistiche (dazi doganali) e promuovendo una “diplomazia parallela”, fatta di repentini giri di valzer e di continui rovesciamenti di alleanze. Piantando in asso, di mala maniera, i colleghi del G7, Trump ha fatto capire quali siano le sue priorità: diventare più popolare e inattaccabile dall’Fbi sul Russia-gate (evitando l’impeachment); vincere o, comunque, evitare clamorose sconfitte alle elezioni di “medio-termine”; puntare a una “entente cordiale” con Mosca e la Cina (cioè a un mondo “tripolare”), nei campi della sicurezza e dell’import-export, spendendo di meno per la difesa (degli altri) e limitando i danni di una bilancia commerciale che più “rossa” non si può.

E l’Europa? “A la calle”, direbbero a Madrid. Cioè, ridotta in mezzo a una strada. Che se la sbrighi da sola: per la Casa Bianca costa un accidente ed è una vera fabbrica di rogne. A chi non l’avesse capito, Trump lo sta spiegando. A modo suo.

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