lunedì 25 giugno 2018

Il dito e la luna: titoli dei giornali e i veri costi sociali

Digressione domenicale sulle scelte dei media nel campo delle notizie che arrivano da fonti di parte. Che poi vengono interpretate secondo una lettura di parte e diventano parte integrante del modo di pensare assuefatto del cittadino.

alt="Il dito e la luna"

Il dito e la luna. A un certo punto parte il lancio di un’agenzia, oppure un rapporto che un ufficio stampa veicola con tanto di testi, spiegazione e titolo, e i giornali – soprattutto quelli online – si lanciano sulle variazioni del titolo che altri hanno stabilito. Verifica, ovviamente zero. Nel caso di un rapporto fatto di numeri e dove non serve verifica perché la fonte è diretta servirebbe almeno lo sforzo della lettura e della scelta, tra i tanti, dei dati utili a capire.
Questa la consuetudine. Una consuetudine che priva il lettore di analisi, perché è evidente che il titolo, quindi la chiave di lettura della notizia, la sceglie l’agenzia nella migliore delle ipotesi, la fonte dell’informazione più generalmente.

Tutti i giornali come un sol uomo, nei giorni scorsi hanno titolato – per esempio – che i prodotti contraffatti presenti sul mercato italiano costano a ogni abitante 142 euro l’anno. Mi sono chiesto il perché. Quindi ho letto la notizia, identica ovunque a dire il vero. La contraffazione procura perdite pari al 7,9% delle vendite dirette per un importo annuo di circa 8,6 miliardi di euro… “vale a dire 142 euro per ogni abitante italiano”.

Non mi torna. Non che la divisione matematica sia sbagliata, è il concetto che non va bene. Perché questo taglio della notizia?

Premessa: non tifo né per i grandi marchi che vengono contraffatti – e che non mi piace comprare neanche non contraffatti -, e neanche per chi li tarocca e che spesso opera in una catena produttiva losca con ramificazioni criminali. Dico solamente che questa storia – nonostante l’enfasi di tutti i media – a me non costa niente. E probabilmente neanche alla maggior parte dei lettori.
Se l’azienda Pinco Pallo vende una borsa da 3mila euro di meno, non mi tange: se ne interessino le istituzioni perché è reato, ma non riguarda noi poveri cittadini, come vogliono farci pensare mediaticamente. Non mi riguarda come non mi riguardano gli utili del restante 92,1% che non vengono di certo suddivisi tra i cittadini (neanche in un titolo, non si sa mai).

Ti picchi per niente, mi suggerisce il mio amico col rasoio affilato. È vero. Ma mi secca questa condivisione delle perdite rispetto al profitto. Mi pare un’azione per sdoganare scelleratezze politiche, laddove la mentalità è pronta ad accettarle… Mi secca perché non vedo la stessa tenacia non segnalare alla gente le perdite vere che subiscono. Per esempio quando vengono distrutti boschi, quando ettari di terreno agricolo finiscono in pasto alla speculazione. Quello è un costo vero che ricade sulle nostre spalle in termini di vivibilità, di ferocia sociale, di costi emergenziali per alluvioni, frane e disastri che sempre sono originati dall’avidità di pochi e dalla complicità della politica. Un costo drammatico che ricadrà ancora più pesante sulle spalle dei nostri figli.

Quindi resto attonito di fronte alla problematica socializzata della contraffazione. È un reato, va bene, ma è sicuramente più grave essere depredati dei diritti. Faccio un esempio: quando un costruttore cementifica una zona verde e invece di pagare gli oneri di urbanizzazione al comune, realizza (apparentemente per il comune, quindi per tutti noi) le opere che servono all’investimento per essere più elegante, con giardinetti e strade illuminate, chi ci guadagna e chi ci rimette? Apparentemente siamo al pareggio, invece no. Al di là del fatto che le scelte urbanistiche non vengano decise dalla collettività e dalla sua rappresentanza politica ma dagli investitori, paghiamo noi anche quegli alberelli e quelle strade, e le paghiamo salate. Perché quei fondi potevano essere usati per gli asili o per sistemare scuole o strade secondo le decisioni sovrane degli amministratori, invece vengono usati per favorire l’investimento di privati. Quindi non è vero che non costano alla comunità. Ci costano eccome. Ma il calcolo non viene fatto. Perché tutto viene considerato plausibile in un clima di assuefazione.

Così, nel caso del titolo sulle contraffazioni, sarebbe stato corretto spiegare che a rimetterci sono i grandi marchi e l’indotto. A guadagnarci invece i falsificatori e i poveri acquirenti che comprando una borsa superfirmata che costa mille euro a dieci, si sentono felici e realizzati. Depravazioni del consumismo.

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