lunedì 25 giugno 2018

Giostra Trump in politica estera, brivido montagne russe

Dopo l’ennesima giravolta di Trump al G7, sulla Russia e rottura a seguire, gli alleati, sempre più confusi, accusano Washington di procedere a zig-zag. Peggio, sulle montagne russe.
-Ribaltati scenari e strategie. Ci si appella al rispetto delle regole e dei trattati, ma poi si lavora sottobanco mossi dagli interessi e dagli egoismi nazionali

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Trump fuoritutto

Montagne russe. La definizione più calzante dell’attuale politica estera americana l’ha data l’Economist, nel suo ultimo editoriale: “demolitiva”. E ancora non si sapeva niente del coup de théȃtre di Trump alla riunione del G7 dove, prima di rinnegare l’accordo raggiunto almeno a parole, e di piantare tutti in asso snobbando il “panel” sull’ambiente, con un ennesimo giro di valzer che ha lasciato gli alleati a bocca aperta, ha detto che la Russia dovrebbe essere riammessa di gran corsa nell’illustre (si fa per dire) consesso. Diplomazia “parallela”? Strategia “asimmetrica”? O più semplicemente (e desolatamente) confusione mentale, con qualche venatura schizoide? I commenti e le (psico) analisi si sprecano, anche perché, a questo punto, la corazzata a stelle e strisce sembra un caicco senza timone, che gira in tondo.

Intendiamoci, proprio su questo punto (l’entente cordiale con Mosca), guarda tu, il Presidente americano ha ragione da vendere. In questo momento, la squadra di “advisers” vincente è quella che pensa sia insensato spingere Putin a fare blocco con la Cina o a “finlandizzare” l’Europa dei neo-sovranismi. Ma è proprio questo il punto. Come funziona il “decision-making process” alla Casa Bianca? Come mai l’ex Palazzinaro cambia idea a seconda dei ritmi circadiani e delle sue paturnie, nel giro di un paio di giorni? Mentre la tattica, aggiungiamo noi, sembra peggio della strategia, che appare e scompare come un coniglio dal cilindro. In una situazione di questo tipo, una spessa cortina fumogena annebbia la vista di tutti.

Alleati, simpatizzanti, nemici ed ex amici sono sempre più confusi, come lasciano trasparire gli amari commenti di Donald Tusk, Presidente del Consiglio Europeo. Insomma, una politica estera fatta così toglie quelle residue certezze che ancora esistevano nel mondo contemporaneo, già afflitto da complessità e imprevedibilità pressoché strutturali. Ergo, chi pensa di governare le relazioni internazionali solo sulla base di regole e trattati pronti a essere aggirati, stiracchiati e interpretati “a convenienza” è bell’e servito. Si ha l’impressione che le intese faticosamente raggiunte, anche all’interno dell’Unione Europea, possano finire nel congelatore. Tranne poi, all’occorrenza, essere riscaldate nel microonde e riutilizzate a seconda di circostanze e interessi nazionali. E se Trump dà il cattivo esempio, non è che gli altri brillino.

Londra e la Signora May hanno puntato sulla Brexit per motivi squisitamente finanziari e geostrategici. E nessuno li ha accusati di regicidio. Pensavano di poter ricostruire un asse preferenziale con Washington, politico e commerciale. Poi è arrivato Trump, col suo caravanserraglio di economisti che idolatrano il totem del protezionismo, e i piani britannici hanno cominciato a prendere fuoco. E ancora non è niente. Perché in Europa bisogna starci, a tutti i costi e per millanta motivi. Magari sgomitando, per accaparrarsi qualche poltrona più comoda degli strapuntini sui quali sono stati confinati i Paesi del blocco sud. Italia in primis. La globalizzazione ha cambiato velocemente scenari e condizioni, mentre la diplomazia d’antan, onusta di glorie e di allori ma alquanto “demodé”, arranca. Di brutto.

La Nato, ad esempio, non si tocca. E siamo d’accordo. Ma che c’entrano le sanzioni (ottuse e boomerang) contro la Russia per l’affaire della Crimea? Diritto internazionale, dicono. Ma, codici alla mano, quante volte gli occidentali si sono messi sotto i piedi il principio di “non interferenza”, dalla ex Jugoslavia in poi, passando per Nord Africa, Medio Oriente, Asia Centrale e America Latina? Le Nazioni Unite, tanto per dirne una, tra veti e risoluzioni che restano lettera morta, servono solo a mettere il coperchio sui soprusi legalizzati delle grandi potenze. Alzi la mano chi ha letto fino alle virgole gli articoli del Trattato Atlantico. Forse pochi. Bene, qualche “forzatura” per missioni “fuori area” è più che evidente. E qui ci fermiamo.

Per non infierire ulteriormente su bandiere della politica internazionale che a volte non sventolano più, perché manca il vento della solidarietà. O che addirittura dovrebbero essere messe a mezz’asta, per alto tradimento dei principi ispiratori. Insomma, viviamo tempi difficili. E se Trump sgomma prepotentemente per la sua strada, come un guappo, spernacchiando nemici e alleati, non è che gli altri siano un modello di saggezza diplomatica. Francia, Regno Unito e Germania hanno molto da farsi perdonare. Oggi paghiamo il conto di un colonialismo d’assalto, becero e predatorio, e di una decolonizzazione tutta lapis e squadretta. Condotta tracciando i confini a capocchia. Chi fa il maestro e mette gli altri dietro la lavagna, incominci, proprio lui, a fare gli esami di riparazione.

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