lunedì 25 giugno 2018

Paure baltiche dagli Zar a Putin, e la Nato spinge ad est

Paure balcaniche anti russe fatte proprie dalla Nato per spingersi sempre più ad est, confini diretti con la Russia. Vecchio atlantismo post sovietico che sopravvive e che spesso si impone anche in Unione europea: sanzioni sì, sanzioni no, e chi ci rimette di più.
-La storia contemporanea dei paesi baltici comincia nel 1918, quando la Russia zarista si ritirò e le province ottennero l’indipendenza, ma si trovarono a contrastare una forte presenza tedesca e la pressione sovietica.
-I fatti accaduti gravano ancora sull’immaginario collettivo dei tre paesi baltici generando paure e incomprensioni.
-Coinvolgendo la Nato che utilizza quei timori per la sua espansione ad est.

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Tra orso russo e potenza tedesca
la Nato cavalca le paure baltiche

Paure baltiche dagli Zar a Putin
Da Limes

Paure baltiche dagli Zar a Putin. Un secolo fa, con la firma del trattato di Brest-Litovsk tra gli imperi centrali e la Russia rivoluzionaria nel marzo 1918, si concluse la Prima Guerra mondiale sul fronte orientale. La pace – nonostante gli auspici – fu tutt’altro che immediata: da una lato la Germania cercava di consolidare le conquiste ad est per trarne i maggiori vantaggi possibili nella guerra ancora in corso e dall’altro la Russia di Lenin in preda a grandi difficoltà cercava di risolvere dapprima i propri problemi interni. Nel frattempo dalle ceneri dell’impero zarista erano sorte ben sette nuove nazioni indipendenti: Ucraina, Bielorussia, Polonia, Finlandia e tre repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania). Tutti questi stati, profondamente indeboliti dalla guerra appena conclusa, non solo non erano ancora in grado di reggersi da soli (con la sola eccezione della Finlandia), ma si trovarono ben presto coinvolti nella guerra civile che seguì la rivoluzione russa.

La guerra per la Slesia polacca

Nonostante il governo tedesco dopo la sconfitta sul fronte occidentale nel novembre 1918 non fosse affatto favorevole a continuare l’impegno militare ad oriente, lo Stato maggiore delle forze armate decise in dicembre di organizzare autonomamente il reclutamento di truppe volontarie da impiegare nei paesi baltici o più in generale ad oriente. Infatti più o meno nelle stesse date anche a Posen (oggi Poznań, in Polonia) si era riunito un comitato polacco per proclamare l’indipendenza della regione dalla Germania e la successiva unificazione con l’altra parte della Polonia ex russa. Sebbene le truppe tedesche, stanche della guerra, si fossero in un primo tempo ammutinate, esse ritrovarono la propria compattezza aprendo il fuoco sulla popolazione civile polacca che insorse. La conseguenza fu che una guerra non dichiarata tra Polonia e Germania in pratica si protrasse di fatto fino al 1923, nonostante l’intervento della Società delle Nazioni.

La guerra sul Baltico

Più complessa la situazione a nord, ovvero nei paesi baltici propriamente detti, anche per il fatto che sul loro territorio si era combattuta la devastante fase finale della guerra. Di fronte all’avanzata dell’Armata rossa su Riga e nonostante il governo lettone fosse presieduto da un politico vicino all’Inghilterra, la guarnigione tedesca fu chiamata in soccorso della città e il 1° febbraio 1919 sbarcarono altri ventimila tedeschi nel porto lettone di Libau (oggi Liepaja). A marzo, mentre a Berlino si consumava la fine della rivolta spartachista, le truppe tedesche fuori dal controllo della repubblica di Weimar cominciavano ad attuare delle durissime repressioni sulla popolazione civile fino a tentare di rovesciare il governo lettone, come avvenne infine ad aprile, quando il primo ministro Ulmanis fuggì su una nave inglese. Anche nei paesi baltici iniziò quindi una durissima e confusa lotta che mescolava una componente etnica (tedeschi contro baltici) ed ideologica (baltici e tedeschi contro i bolscevichi russi). E soprattutto fu un’altra guerra che durò anni, visto che nel frattempo i polacchi tentarono di impossessarsi della Lituania e di parte della Bielorussia.

Paure baltiche dagli Zar a Putin
Delegazione sovietica con Trozki accolta a Brest-Litovsk

Il punto di vista sovietico

La Russia, che divenne ufficialmente Unione Sovietica il 30 dicembre 1922, fu costretta a rinunciare ad ogni forma di egemonia sui paesi baltici fino alla loro occupazione nel 1939, ma fu poi costretta a ritirarsi nuovamente dall’area nel giugno 1941 per l’attacco tedesco. La pace di Brest-Litovsk, che era stata voluta fermamente da Lenin, ma non da tutti i dirigenti bolscevichi, finì quindi col rappresentare un’umiliazione dalla quale era diventato necessario riscattarsi e al sentimento nazionale offeso si unì anche un’importante questione di sicurezza: Leningrado, l’antica Pietroburgo, si trovava pericolosamente vicina ai confini con i paesi baltici e la Finlandia. La stessa ossessione dello zar Alessandro, il cui incubo ricorrente era quello di vedere la flotta inglese ormeggiata alla foce della Neva, divenne anche quella di Stalin quando attaccò la Finlandia per allontanarne una possibile minaccia su Leningrado. Solo dopo il 1945, terminata un’altra guerra spaventosa, i russi sul Baltico si sentirono nuovamente sicuri, anche se ignoravano che Leningrado avrebbe nuovamente cambiato nome.

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