Iran al mondo, fermate Trump&C (Natanyahu). Le riflessioni meditate, un mese di silenzio, poi il vecchio Ayatollah Khamenei, l’espressione del khomeinismo più rigido, parla con lucidità per farsi capire bene dal mondo laico ed estraneo alla sua cultura. «Alcuni paesi europei si aspettano che il popolo iraniano tolleri di essere messo sotto sanzioni mentre rinuncia alle sue attività in materia di energia nucleare e continua a rispettare le restrizioni imposte nel 2015, un accordo rigettato di recente dagli Stati Uniti.
Io dico a questi paesi che si tratta di un sogno che non si realizzerà, il popolo e il governo dell’Iran non accetteranno di dover sopportare allo stesso tempo sanzioni e limitazioni in materia nucleare. Non accadrà mai». Più chiaro di così si muore, e avendo a che fare con i due del titolo sopra, potrebbe anche accadere, ma sarebbe catastrofe da quasi fine del mondo.
Dopo quasi un mese dalla decisione di Trump di uscire dall’accordo nucleare, l’ayatollah Khamenei ha finalmente fatto la sua mossa. Ma la Frase chiave viene dopo, quando Khamenei aggiunge di aver «ordinato preparativi per l’eventuale ripresa dell’arricchimento dell’uranio, per ora rimanendo all’interno delle previsioni previste dal Jcpoa». La ‘Guida suprema’ si è espresso con queste parole nel mausoleo dell’imam Khomeini. Era stato lui, il fondatore della Repubblica islamica, a mettere fine al nucleare civile avviato dallo scià Muhammad Reza Pahlavi negli anni Cinquanta, in collaborazione con gli americani, ricorda su il Manifesto Farian Sabahi.
Sull’accordo nucleare, Khamenei ha sempre manifestato perplessità. Ora, lancia l’allarme il ricercatore Michele Gaietta, autore del volume The Trajectory of Iran’s Nuclear Program, «l’ostilità statunitense e l’incapacità dell’Europa di rispondere alle scriteriate decisioni assunte dall’amministrazione Trump», spingono verso la contrapposizione dura.
Il vero rischio, ancora Gaietta, è «il collasso dell’accordo, che fissa in modo dettagliato le modalità, i controlli e le attività con cui l’Iran può sviluppare il proprio programma nucleare, per un orizzonte temporale significativo. Senza l’accordo, l’Iran potrà ridurre le tempistiche necessarie per eventualmente passare da utilizzi civili a militari dell’energia nucleare, creando nuove incertezze e tensioni nella regione mediorientale». A dire che chi decide la rottura con Teheran sta provocando di fatto (e consapevolmente) la spinta alla autodifesa nucleare iraniana, a giustificare un qualche futuro intervento distruttivo contro l’Iran attuale che oggettivamente non piace a molti nel mondo.
Da subito, il vantaggio per Israele, oltre al fallimento dell’accordo sul nucleare (salvo le ripresa reale del nucleare militare), è l’isolamento dell’Iran nel quadro regionale e internazionale per impedire la ripresa economica della Repubblica islamica.
Il rischio per Israele è, aggiunge Gaietta sempre sul Manifesto, «che il livello di scontro, puntualmente innalzato negli ultimi mesi, possa arrivare a un punto di rottura, portando a un confronto armato in risposta a possibili operazioni di intelligence e attacchi mirati nei confronti di obbiettivi iraniani». Protagonisti diretti, sempre Israele del governo Netanyahu, fin che dura, col supporto sempre meno convinto del Pentagono rispetto alla Casa Bianca.
In Iran, a perderci parecchio, il presidente moderato Hassan Rohani e il suo ministro degli Esteri Zarif, che avevano fatto dell’accordo nucleare il perno della loro proposta politica di apertura dell’Iran nel sistema internazionale. Perdente anche Bruxelles che aveva raggiunto uno dei risultati più significativi in politica estera, grazie alla partecipazione attiva nella sua formulazione. Rohani, Zarif e la diplomazia europea nello stesso campo, sostiene l’italo-iraniana Farian Sabahi. «Solo un buon gioco di squadra riuscirà a farli vincere contro l’America di Trump e i falchi israeliani».
Per Bernard Guetta, FranceInter e su Internazionale, la ragione sta dalla parte dell’Europa, ma contro gli europei c’è Donald Trump, che può contare sulle sanzioni economiche da imporre alle aziende europee che oseranno commerciare con l’Iran. La Total e ora anche la Peugeot sono state costrette a cedere al ricatto.
L’embargo sta tornando de facto e gli iraniani si fanno prendere dal panico minacciando – senza passare all’azione ma l’avvertimento è già significativo – di riprendere l’arricchimento dell’uranio per spingere gli europei a non inchinarsi davanti alle pressioni degli Stati Uniti. «Lentamente ma inesorabilmente, la situazione sta degenerando, perché naturalmente questa sfida lanciata dall’Iran è insopportabile tanto per gli israeliani quanto per gli stati sunniti».