lunedì 17 giugno 2019

Il Nicaragua del sandinista Ortega, da liberatore a despota

Nuovi scontri tra la polizia e i manifestanti che protestano contro il presidente Ortega.
-La rivolta scoppiata sei settimane fa contro i tagli sociali ha già fatto oltre cento vittime.
-L’appello del Papa per il dialogo
-Altro pezzo di America latina che vede i suoi equilibri sociali travolti non più con colpi di Stato ma a colpi di mercato.

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Nel Nicaragua del sandinista Ortega
l’assedio alla chiesa degli oppositori

Nuove violenze in Nicaragua negli scontri con gli oppositori del presidente Daniel Ortega. L’ex leader sandinista, 72 anni, uomo forte della politica del paese centramericano da quarant’anni che guidò la rivolta contro la dittatura militare nel ’79, e tornato alla presidenza del Nicaragua nel 2007. Ma oggi è duramente contestato dalla popolazione e dalle forze di opposizione che ne chiedono le dimissioni. Gli ultimi scontri tra i manifestanti, armati di mortai rudimentali, e la polizia si sono concentrati a Masaya, una volta roccaforte sandinista. Il bilancio è di cinque vittime, dopo l’assedio a una chiesa della città, venti chilometri a sud della capitale Managua, dove i sostenitori dell’opposizione avevano cercato rifugio dopo essere stati attaccati dalla polizia antisommossa e dalle milizie filogovernative.

Il Nicaragua del sandinista Ortega

La potente chiesa cattolica

Almeno 30 persone che erano asserragliate nell’edificio sono uscite dopo la mediazione dei vertici della chiesa locale, e i medici sono stati autorizzati a soccorrere i feriti. “Basta con le repressioni”, ha invocato monsignor Silvio José Baez, il vescovo ausiliare di Managua. Oltre 100 persone sono rimaste uccise in sei settimane di violenze divampate durante i cortei di protesta contro i tagli alle pensioni e alla sicurezza sociale. Tra queste anche un cittadino americano, rimasto vittima degli scontri a Managua. Un appello al dialogo è arrivato da Papa Francesco. “La Chiesa è sempre per il dialogo ma questo richiede impegno fattivo a rispettare la libertà e soprattutto la vita. Si assicurino le condizioni per la ripresa del dialogo”. L’ultimo avviso da parte della potente chiesa cattolica prima della rottura col regime.

Era la marcia delle madri

Il 30 maggio in Nicaragua si celebra la Giornata delle Madri, una ricorrenza che prevede persino il giorno libero dal lavoro. L’Alleanza civica che guida la rivolta ha organizzato una grande marcia per celebrare le ‘madri d’aprile’, quelle che hanno perso i figli nelle proteste. Ma Rosario Murillo, moglie di Ortega e vicepresidente, autoproclamandosi madre di tutti i nicaraguensi, organizza la sua celebrazione. I numeri parlano da soli, raccontano Gianni Beretta e Giovanna Neve, su il Manifesto: 38.000 a celebrare il governo, 320.000 alla mobilitazione più grande mai vista in Centroamerica. Un paio d’ore dopo l’inizio della Marcia delle Madri d’aprile, la polizia e le forze paramilitari attaccano la folla. Il bilancio è di 16 morti e più di 200 feriti. Per molti dei manifestati la salvezza è rifugiarsi nella Cattedrate.

Fine delle mediazioni possibili

Dopo il 30 maggio anche la Commissione di mediazione della Conferenza Episcopale si arrende. Il Fronte sandinista guidato dal Comandante e da Rosario Murillo, ha creato una dittatura silenziosa. «Un sistema di potere retto da un patto con la Chiesa e la grande impresa. Ma dopo i durissimi scontri nelle piazze, il Nicaragua è sull’orlo dell’esplosione. E per reprimerlo l’ex guerrigliero Daniel Ortega ormai si ispira al dittatore che rovesciò», denuncia Fabio Bozzato, su EastWest.  «Daniel Ortega e Rosario Murillo, marito e moglie, oltre che presidente e vice. Mai invece avrebbero pensato di finire accomunati a Anastasio Somoza, il dittatore che proprio loro, assieme ai giovani guerriglieri sandinisti avevano rovesciato in quella che è stata la rivoluzione più hippy degli anni ’70».

Le stesse violenza di Somoza

La repressione è stata fredda e violentissima. Video, foto e testimoni inchiodano militanti governativi armati e impegnati in aggressioni a freddo, assalti a giornalisti – uno è stato assassinato – e persino saccheggi ai supermercati per poi far ricadere la colpa sugli studenti. In decine di casi, la gente comune si è organizzata per proteggere i negozi. Cosa sta succedendo in Nicaragua? La scintilla è stata il decreto che alzava i contributi obbligatori della previdenza sociale in capo a lavoratori e imprese, assieme a un taglio del 5% delle pensioni per sistemare le casse dell’Istituto di sicurezza sociale, dissestato da sprechi e improvvidi investimenti immobiliari. Alla fine il decreto è stato ritirato. Ma ormai tutti, dagli studenti agli imprenditori, puntano a reclamare libertà civili e politiche dalla presidenza.

Nicaragua dopo il lungo sonno

Sembrava il Paese più tranquillo del Centroamerica, il Nicaragua: bassi indici di violenza, inflazione e deficit a freno, forte di ritmo di crescita ormai da anni. A febbraio, la missione del Fondo Monetario Internazionale aveva stilato un rapporto quasi entusiasta. «Gli Ortega credevano di aver anestetizzato il Paese. Credevano che il patto di ferro siglato con i gruppi di imprenditori più forti e con i vertici potenti della Chiesa potesse resistere a tutto», ancora Fabio Bozzato. «E il sandinismo si è trasformato in un delirio e il comandante e la compañera in due personaggi grotteschi». Nelle vie di Managua sono stati abbattuti gli ‘alberi della vita’ -simboli del potere sandinista- con lo stesso giubilo con cui era finita la statua di Somoza nei giorni della liberazione.

Il Nicaragua del sandinista Ortega
Il presidente Daniel Ortega e la moglie Rosario Murillo, vicepresidente

Imprenditori e Chiesa, la rottura

La Cosep, l’associazione di imprenditori, lunedì ha invaso la capitale. La Chiesa, finora stretta alleata degli Ortega col cardinale Obando y Bravo, ha svoltato col vescovo ausiliare Silvio José Baez che ha fatto dei suoi tweett un mezzo per informare il mondo sugli avvenimenti. «Per la prima volta in oltre dieci anni gli Ortega vedono incrinarsi proprio questa doppia e finora ferrea alleanza su cui avevano cementato il loro potere: gli imprenditori e la Chiesa». Il vescovo Baez ieri: “Non vedo condizioni per il dialogo: prima bisogna fermare la repressione, liberare i giovani arrestati. Sergio Ramirez, che di Ortega è stato vice-presidente tra il 1985 e il 1990, diventato un dissidente oltre che famoso scrittore, al Premio Cervantes, ha sintetizzato così: «Che il Nicaragua torni ad essere una repubblica».

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