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sabato 14 Dicembre 2019

La rivoluzione del nostro tempo e la comunicazione di massa

Prendendo spunto dall’analisi di Andrea Melodia, il Polemos settimanale affronta il tema delle tendenze distruttive e costruttive del tempo. Parla di rivoluzione. Di rinascita rurale e di comunità.

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Negli ultimi tempi ho sempre scritto del mondo, della nostra vita, del crollo di credibilità culturale, di quell’oscurità che prende forma e domina le relazioni tra gli esseri umani. Mettendo virgolette sulla bellezza, sull’abitare da attraversare con lentezza e profondità, con dolcezza. Dando la parola a chi ha qualcosa da dire e da dare al prossimo, tipo il barbiere maoista rurale. Qualcuno mi ha scritto spiegandomi che questa è fuga dalla realtà. Che pensare al concetto di cura, di solidarietà, di convivialità in una comunità è fuori dal tempo.

Quel qualcuno ha ragione: questo è il tempo prevalente del più forte e non del giusto, del cinico e non del soave, del superficiale e non del profondo. Quindi anche narrativamente, occuparsi del tempo prevalente vuol dire occuparsi della politica da operetta, nelle arene mediatiche in cui si tramesta il tutto senza che se ne tragga il minimo beneficio. Affidando la poca conoscenza delle cose all’interpretazione di predoni dell’informazione, di paraculi stagionati che hanno allevato paraculetti di primo pelo identici a loro, professionisti del racconto utile, del niente sotto vuoto spinto, di ore e ore di circostanziate analisi tossiche. Ma tossiche perché inadatte, inutili, incapaci.

Ho letto su Remocontro un bel pezzo di Andrea Melodia che spiega il perché dell’attuale situazione politica. Approfondito e circostanziato, va letto con attenzione perché ha il pregio di affrontare con chiarezza il nodo della comunicazione in questa fase storica. Una fase che è più ampia di quest’ultimo scorcio di politica che ha portato al governo due leader populisti, direi che affonda le radici nel tempo, perché da tempo la politica esprime leader sull’onda della comunicazione globale. I guasti che abbiamo di fronte sono figli di decenni di amnesie, di perdità di identità, di incapacità anche travestite da tecnicismi e da grandi premesse di valore. E anche i leader che sono apparsi come “responsabili” hanno contribuito alla realizzazione di questo mondo peggiore, dove le ingiustizie hanno preso il potere legalmente, attraverso convincenti discorsi di etica e di responsabilità.

Quante folli scelte politiche sono state declinate in vantaggio scintillante per il potere finanziario e in impoverimento sociale, umano e culturale in questi decenni? Quante voci dissidenti si sono alzate? Ne conosciamo qualcuna, ma non possiamo dire con certezza quante belle menti sono state silenziate da coro mediatico rumoroso e conformista. So soltanto che certe voci che sembravano di opposizione, di protesta, di riscatto etico, alla fine del gioco somigliano a un controcanto scritto sullo spartito di un concerto grosso. Il problema non è stare da una parte o dall’altra del campo di gioco, il problema è il campo di gioco.

Il mio barbiere maoista rurale non guarda i talent show e neanche Amici o i dibattiti tra i soliti noti in tv. Non la guarda proprio. Per lui gli amici sono gli amici e l’amicizia è una cosa tra umani che serve a rendere la vita più forte. Il talento è nelle mani o nel cuore di ognuno di noi, non è una grande occasione per pochi che poi la possono sfruttare sul piano del successo e quindi del valore economico. L’arte è bellezza, è valore umano e non economico. La politica è cultura del territorio. È capacità di capire che cosa accade, di sfrondare, di togliere il superfluo che quasi sempre oscura la visione, crea conformismo e quindi assuefazione alla bruttezza e a quel senso di resa che sta animando il Paese.

E l’analisi, dice, deve essere sul tempo più lungo e non sulla congiuntura, come va di moda. E tutto quello che va di moda è da guardare con un pizzico di diffidenza. Si sa, lui è un filosofo estremista. E davanti a un bicchiere di rosso cita Murray Bookchin: “Le tendenze costruttive e distruttive del nostro tempo sono troppo in contraddizione tra loro per ammettere una riconciliazione. L’orizzonte sociale presenta due prospettive assolutamente inconciliabili: un mondo reso armonico da una sensibilità ecologica fondata su un ricco impegno comunitario, sul mutuo appoggio e su nuove tecnologie, da un lato, oppure la terrificante prospettiva di un qualche disastro termonucleare”. Poi lascia cadere come fosse un petalo di rosa quast’altra frase: “Marx aveva del tutto ragione quando rilevava che la rivoluzione che i nostri tempi esigono trae la sua poesia non dal passato ma dal futuro, cioè dalle potenzialità umaniste che sono all’orizzonte della vita sociale”.

Siamo qui per questo, conclude. Siamo qui sul limes per questo.

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