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martedì 19 20 Novembre19

La mano di Pechino sul Nord Corea

Per Kim, prima di Trump c ‘è Xi. Da Kim Il-sung, il nonno fondatore della dinastia, che pure preferiva Stalin a Mao.
-Nipote estroso quello di oggi, ma non il matto come la stampa occidentale tentava di farlo apparire, tanto più se messo a confronto con un altro personaggio ‘insolito’ come Trump.
-Ed ecco la Cina del marxismo 2.0 di Xi che spiega al giovane Kim come sia utile trovare altri equilibri nella penisola condivisa, convinti loro, convinto Moon, convinto Kim. Basta convincere ‘quell’altro’ a Singapore.
-La Cina sta assumendo di fatto il ruolo di contrappeso agli Stati Uniti prima detenuto dalla defunta Urss, spiega Michele Marsonet.

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La mano di Pechino sul Nord Corea
dal capostipite Kim Il-sung con Mao

Che la Cina sia dietro la Corea del Nord non è, in fondo, una grande novità. Era così già negli anni ’50 del secolo scorso, quando l’intervento militare massiccio ordinato da Mao Zedong salvò il regime di Pyongyang dall’avanzata, che pareva inarrestabile, delle truppe Usa comandate dal generale Douglas MacArthur, truppe giunte per l’appunto sul limitare del confine cinese.
Tuttavia il fondatore della dinastia, Kim Il-sung, era un fedele di Stalin e per parecchio tempo intrattenne rapporti più stretti con l’Urss rispetto a quelli con la Repubblica Popolare. La situazione cambiò con la destalinizzazione, che era avversata da Mao. A quel punto infatti, pur restando vicini all’Unione Sovietica, i nordcoreani iniziarono a vedere Pechino quale loro principale punto di riferimento, e in seguito la situazione non è mutata. Anche se Pyongyang non ha mai approvato la svolta “capitalista” ispirata da Deng Xiaoping.

Si rammenterà che, più recentemente, il giovane Kim Jong-un ha manifestato una certa autonomia, tradottasi nell’eliminazione (o emarginazione) di elementi ritenuti troppo vicini alla RPC, ivi inclusi dei parenti. Il mondo si chiese, allora, come poteva un Paese piccolo e povero mettersi in contrapposizione all’unica potenza che gli è veramente amica. La sola spiegazione – del tutto insoddisfacente – era che Kim fosse un folle, e in quanto tale incontrollabile da chiunque.
Gli ultimi sviluppi della vicenda coreana lasciano però intravedere uno scenario diverso. L’avvento di Donald Trump, disposto (almeno in teoria) a ricorrere all’opzione militare, ha convinto i cinesi che era giunto il momento di tirare di nuovo le briglie, facendo comprendere allo scomodo alleato (o vassallo?) che il tempo degli scherzi è finito. Kim, che in precedenza non andava mai all’estero, è stato ricevuto nella Città Proibita e opportunamente catechizzato.

I risultati, com’è noto, sono stati immediati. Personalità nordcoreane di primo piano ora viaggiano in lungo e in largo, e il generale e vicepremier Kim Yong-chol si è addirittura recato a Washington, nonostante figuri nell’elenco “nero” della Cia. Non solo. Il vertice di Singapore probabilmente si farà, pur dopo insulti, accuse e controaccuse da entrambe le parti.
Lo “zampino” del gruppo dirigente cinese qui è molto evidente. In primo luogo Xi Jinping non si fida di Trump, ritenuto ondivago e inaffidabile, anche se è disposto a giocare con lui tutte le carte possibili. Del resto, il tycoon ha detto pubblicamente che il leader cinese è “un giocatore di poker di livello mondiale”. In secondo luogo Pechino non vuole che la situazione coreana sfugga di mano mettendo in pericolo la sua strategia espansiva in Asia e nel mondo, e in particolare nel Mar Cinese Meridionale. In terzo luogo non desidera compromettere l’immagine, costruita con pazienza, di Paese forte ma amante della pace.

Un buon contributo ai piani cinesi viene anche dai sudcoreani, nella persona del loro Presidente Moon Jae-in. A Seul cercano di disinnescare le mire belliche tanto di Kim quanto di Trump, consci del fatto che la penisola nel suo complesso non avrebbe nulla da guadagnare (e tutto da perdere) dallo scoppio di un eventuale conflitto. Perfettamente allineati, su questo punto, con i cinesi.
Dunque la Cina Popolare dimostra ancora una volta di essere non solo una grande potenza in espansione, ma anche una fine tessitrice di rapporti diplomatici, come è sempre accaduto nella storia plurimillenaria di questo grande Paese.
Si affaccia insomma sulla scena mondiale sempre più forte (e temibile), sempre più conscia del proprio ruolo internazionale e in procinto di diventare il principale punto di riferimento di altre nazioni, asiatiche e non. Molti ancora non se ne accorgono, ma la Cina sta assumendo il ruolo di contrappeso agli Stati Uniti prima detenuto dalla defunta Urss.

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