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Trump-Kim a zigzag, sì, no, forse: per fortuna c’è Moon

‘Zigzagging’ all’americana

Qualche anno fa l’Economist volendo bollare la politica estera di Obama come indecisa la definì “zigzagging”. Termine che non ha certo bisogno di essere tradotto e che rende benissimo l’idea di una nave dalla rotta ballerina. Ma oggi, forse, la foreign policy americana avrebbe bisogno di essere caratterizzata da un termine un po’ più forte: “magic ball”, cioè palla magica, a significare una sfera di gomma capace di prendere, rimbalzando, le direzioni più imprevedibili. Parliamo, ovviamente, delle strategie (forse un parolone) di Donald Trump che, nelle relazioni internazionali, dimostra di essere assolutamente inaffidabile.
I suoi giri di valzer non si contano più. Prendiamo il dossier della Corea del Nord e il fatidico incontro con Kim, che dovrebbe risolvere, una volta per tutte, il bubbone del della proliferazione nucleare nell’Estremo Oriente asiatico. Prima botte da orbi, poi toni più pacati, infine le quasi languide carezze. Ora, però, il Presidente Usa vuole (vorrebbe? voleva? vorrà? avrebbe voluto?) mandare tutto all’aria. Forse. Bisogna vedere come dorme stanotte e da che parte del letto si alza domani… Alla faccia del ruolo di “superpotenza globale” degli Stati Uniti, che dovrebbero garantire sicurezza al resto del pianeta.

Il silenzio degli imbecilli

Nel mazzo metteteci anche il vicepresidente Pence, che vorrebbe far fare a Kim la fine di Gheddafi, e il quadretto è completo. Insomma, negli ultimi mesi, lo stato delle relazioni tra Washington e Pyongyang potrebbe essere ben rappresentato da un diagramma come le montagne russe. Ieri Moon Jae-In, Presidente sudcoreano, è corso a metterci una pezza, incontrandosi a cento all’ora con Kim, sul confine di Panmunjon, per salvare il vertice con Trump. “Miracolo” che potrebbe essere riannunciato oggi. Però, assodato che i nordcoreani hanno una loro strategia decennale e quella seguono (cioè le bombe atomiche come assicurazione sulla vita del regime e come ricatto per ottenere dollari e materie prime), non si capisce quale possa essere, di grazia, l’attuale piano diplomatico della Casa Bianca.
La crisi è più vecchia del cucco, e ormai si conosce in tutti i dettagli, quindi c’è molto poco da capire. Gli analisti dicono che è uno di quei conflitti in cui non vince chi fa la voce più grossa, ma chi ha più pazienza e tiene le posizioni. Abbiamo scritto diverse settimane fa, all’epoca della “luna di miele” tra Pyongyang e Washington, che l’incontro del nuovo Segretario di Stato Usa Mike Pompeo con il giovane Kim (mossa necessaria per preparare il vertice con Trump), era stato studiato con la benedizione di Pechino. In fondo, la Corea del Nord cerca solo materie prime, energia e garanzie per la sopravvivenza del regime. E questo gli Stati Uniti, Seul e Tokio glielo possono garantire. Ognuno per i propri interessi.

Sindrome cinese

E quando i viveri finiranno, ci chiedevamo? Niente paura, Kim sparerà un altro missile e continuerà a fare shopping nei supermarket dell’Occidente. Ora, non è che sia andata proprio così, perché gli americani e i loro alleati asiatici sono prontissimi a ripartire con la “Dottrina delle scatolette”. Leggasi, l’elargizione di materie prime, energia, derrate alimentari e “generi di conforto” speciali (dollari a mazzi). Ma… ma il problema non è Kim Jong-Un. No, a tirare e mollare la catena al dittatore di Pyongyang sono i suoi “patrons” cinesi. Che lo comandano a bacchetta.
E infatti, mentre scoppiava questa tempesta in un bicchiere d’acqua e mentre Trump pensava di rimangiarsi tutti (o quasi) gli impegni che aveva preso, Kim è corso a Pechino a prendere ordini da Xi Jinping. E gli americani hanno protestato contro la Cina: un po’ perché ci sono e un po’ perché ci fanno. Le esercitazioni congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud sono solo una scusa. La verità è che di tira e molla come questo ce ne dovremo aspettare tanti altri, perché la Cina controlla, direttamente o indirettamente, ogni refolo di vento che spira nella penisola coreana a nord del 38º parallelo.

Per l’accordo paghi in dazi

Fin dal 1953 la politica estera di Pyongyang è rimasta legata, a filo doppio, agli input che venivano da Pechino e soggetta agli interessi dettati dai mutevoli umori del Partito comunista cinese. Anche il programma nucleare dei Kim, nonno padre e figlio, che li ha portati alla realizzazione di bombe atomiche e di missili intercontinentali, è stato concepito ed attuato per “delega”, sotto il controllo dei cinesi. Per quanto li riguarda personalmente, invece, i Kim, sviluppando un medievale regno del terrore, si sono garantiti la sopravvivenza. Prima la loro e poi quella del regime.
Quando il “Caro Leader”, Jong-Il, padre del giovane Jong-Un, ha compreso che per vincere nemici esterni e improbabili nemici interni, a cominciare dalle ricorrenti carestie, avrebbe potuto utilizzare la minaccia nucleare per continuare a campare, non ce n’è stato più per nessuno. Quella che abbiamo chiamato la “Dottrina delle scatolette”, prevedeva infatti un ricatto permanente e, in cambio, un flusso continuo di rifornimenti di materie prime, beni durevoli e beni di lusso, in arrivo dall’Occidente, via Seul e via Giappone. Una filosofia “politica” di pura camorra: o paghi il pizzo o ti brucio la saracinesca.
Un atteggiamento di pericoloso bullismo diplomatico, che è durato fino all’altro ieri, diretto dalla Cina a suo uso e consumo. E oggi questo “uso” si chiama guerra commerciale con gli Stati Uniti, attraverso i dazi doganali. Ergo: se Trump non capisce questi chiari di luna e non cambia musica, abbozzando, la distensione coreana se la può scordare. I cinesi, con un sorriso di sguincio, continueranno a mettersi di traverso.

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