venerdì 19 luglio 2019

Iran Venezuela tempesta di petrolio e guai per tutti

Il ritorno delle sanzioni Usa all’Iran e il sequestro di impianti venezuelani sconvolgono il mercato del petrolio.
-La caduta dell’offerta può diventare insostenibile per i grandi consumatori asiatici.
-E l’effetto domino colpisce anche Washington

La crisi dietro le crisi

Iran Venezuela tempesta del petrolio, avverte Marco Dell’Aguzzo su EastWest. La foto di copertina della Raffineria di Amuay, in Venezuela, non è casuale. Il Paese latino americano, ben oltre Maduro, è e resta anche al centro del complicato scacchiere mondiale del petrolio, avverte lo specialista. Venezuela con Iran, Arabia saudita, Cina, e ovviamente Stati Uniti.
Nel frattempo il prezzo del petrolio Brent ha superato gli 80 dollari al barile, prima volta dal 2014. A casa nostra la benzina ha sorpassato gli 1,6 euro a litro. Perché sale il prezzo del petrolio? Primo, che le sanzioni americane verso Teheran possono ridurre l’export iraniano di petrolio. Secondo, il timore che la crisi in Venezuela possa provocare gli stessi guai

I padroni del petrolio venezuelano

Miliardi contestati tra il colosso petrolifero americano Conoco, e Petróleos de Venezuela, Pdvsa, la petrolifera statale venezuelana per  espropri decisi nel 2007 da Hugo Chavez. Da lì il sequestro di alcune strutture della Pdvsa, nei Caraibi olandesi. Un danno enorme. Lo scorso anno più di un quarto delle esportazioni petrolifere venezuelane è passato proprio per le isole della regione e il solo terminal adatto per le petroliere più grandi, quelle che fanno rotta verso i Paesi asiatici. Verso la Cina, a cui il Venezuela deve inviare circa 300.000 barili di greggio al giorno come pagamento dell’enorme debito contratto con Pechino.
Il Venezuela, con le più grandi riserve mondiali di petrolio, al momento produce appena 1,4 milioni di barili al giorno, il minimo da trent’anni. E gran parte di quel petrolio ormai non è di fatto più suo.

Sanzioni Usa, Cina e India

Peggio per il Venezuela se l’amministrazione Trump dovesse decidere nuove sanzioni minacciate. Ma problema anche Usa, in questo caso,  denuncia Clifford Krauss sul New York Times. Resta il fatto che di petrolio venezuelano ne circola sempre meno. Primi ad essere colpiti, Cina e India, Paesi ad ‘altissima domanda energetica’. Cina e India assorbono gran parte delle esportazioni petrolifere del Venezuela e, assieme, sono i primi importatori di greggio iraniano. Rotta di collisione tra Conoco-Trump da una parte e Cina-India dall’altra in America latina. In Iran, gli interessi contrapposti sono più articolati.
Il resto dell’Opec, Paesi petroliferi arabi e Russia proveranno a capitalizzare il vantaggio vendendo di più e meglio. Ma di fatto, spiega Marco Dell’Aguzzo, la richiesta di greggio da Cina e India, dovrà superare le sanzioni americane a Teheran.

Vantaggi sauditi, amici incerti

Subito dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare con l’Iran, la monarchia araba si è offerta di dare petrolio delle proprie riserve. Coordinamento stretto tra Washington e Riad, ma anche allarme. Energy Information Administration (Eia) spiega che gli Stati Uniti hanno bisogno di 10 milioni di barili al giorno. E la straordinaria rivoluzione dello ‘shale oil’ (il petrolio ricavato con la frantumazione delle rocce profonde) è ancora lontana dall’essere sufficiente, ha spiegato recentemente il Financial Times.
Conclusione dell’analista. «Ritirandosi dall’accordo con l’Iran, Trump ha dimostrato che gli Stati Uniti saranno pure un gigante energetico ma poggiano su piedi d’argilla. E hanno ancora bisogno di qualcuno che li sostenga quando i mercati cominciano a tremare. Riempire tanti barili non basta».

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