giovedì 18 luglio 2019

Presidenziali Venezuela, inflazione folle, errori e avvoltoi attorno

Venezuelani alle urne per eleggere un nuovo presidente, in un clima di proteste e boicottaggio in un Paese che attraversa la peggiore crisi della sua storia.
-Valutazioni internazionali spesso sospettate di opportunismo contrapposto per schieramenti di antica politica latino americana rispetto al ricco ed invadente nord.
-Senza voler farci arbitri, la lettura delle crisi venezuelana di Piero Orteca

Presidenziali Venezuela

El Pibe de Oro Maradona
con Chavez e per Maduro

Presidenziali Venezuela. L’opposizione frantumata che chiede il boicottaggio del voto, una corsa a tre tra il presidente in carica Maduro, l’ultraliberista Henri Falcon che promette di riaprire il Venezuela al mondo e il pastore evangelico di origine italiana Javier Bertucci per i diritti degli ultimi.
Il vincitore erediterà un Paese nel mezzo di una grave crisi economica e sociale, con milioni di persone che soffrono di carenza di cibo e medicinali, iperinflazione e crescente insicurezza. Da 10 Paesi dell’America Latina con Spagna e Stati Uniti la condanna del ‘regime autoritario’ di Maduro.
Una lettura politico economica molto filo americana contestata dal fronte opposto, rivangando antiche contrapposizioni. Sondaggi danno un pareggio tra Maduro e Falcon, ma l’astensione dovrebbe favorire il presidente perché lo ‘chavismo’ -si valuta- ha uno zoccolo duro di consensi del 25%.

L’opinione di Piero Orteca

La fotografia più efficace del Venezuela contemporaneo l’ha fatta il sito web della BBC, la mitica televisione britannica, mostrando un pugno di banconote locali sparse in un tombino delle fognature. Didascalia: non perdete tempo a raccoglierle (si trattava di pezzi da 100 Bolivar) perché valgono meno della carta straccia; qualche decimo di centesimo di dollaro. Insomma, nessuno rischia un colpo di sciatica per abbassarsi a raccattare quella che è ritenuta solo spazzatura. Claro? Parliamo del Venezuela, perché oggi nel Paese sudamericano si vota per le presidenziali e, per non farla troppo lunga, vi diciamo che già si sa che a vincere sarà l’attuale “Líder Máximo”. Nicolás Maduro. Degno erede della buonanima di Hugo Chavez, morto nel 2013 dopo millanta anni di potere gestito distribuendo “sportule” e “panarelli”.

Cioè né più e né meno di quello che facevano alcuni politici italiani d’antan, adusi a comprarsi il consenso della povera gente a via di pacchi di pasta e scarpe “spaiate” (dato che la seconda calzatura veniva elargita solo dopo le elezioni). E che nessuno si permetta di tirare in ballo Carlo Marx, perché da quelle parti il comunismo, benché “ispiratore” (a chiacchiere) della “lucha” feroce contro il capitalismo delle multinazionali e dei “fazenderos”, è stato spesso una caricatura. Manco lontano parente del castrismo cubano. Ma da dove arrivava il “welfare” in salsa latino-americana, così generosamente esibito da Chavez, che proprio su cotanta politica economica della Befana (o di Babbo Natale, fate voi) aveva costruito il suo regno? Ma dal petrolio, è ovvio. Bastava fare un fosso per terra e usciva greggio a fiumi.

Attenzione, però: zero tecnologia, zero investimenti produttivi e zero valore aggiunto. Insomma, per metà della popolazione, passata subliminalmente dal non avere un lavoro ad avere uno stipendio (o quasi) grattandosi, ehm…ehm, diciamo la pancia, Chavez è stato una cuccagna. Tanto, pagava Panatalone, cioè quelli che avevano la…sfortuna di lavorare e che erano costretti a mantenere, direttamente o indirettamente (grazie al welfare “drogato”) i “pobrecitos” emarginati dall’America, dal grande capitale, dalla Chiesa e da chi più ne ha più ne metta. E siccome tale “lumpenproletariat”, tra torti sociali, convenienza a dichiararsi alla fame e prebende che calavano dall’alto, è diventata maggioranza nel Paese, ecco che Chavez ha continuato a vincere elezioni.

Morto un re se n’è fatto un altro (Maduro), ma con la non trascurabile avvertenza che i soldi stavano finendo e che, assieme ai dollari, stava finendo anche la pazienza dei “peones”, improvvisamente messi a digiuno dal regime. Di classe media manco parliamo. La sua unica funzione è stata quella di pagare i sussidi che permettevano ai “pobrecitos” di mangiare e di sostenere il regime. Ma siccome la matematica non è un’opinione, dopo aver saccheggiato le casse dello Stato, oggi Maduro riesce a mantenere solo un 20% di clientes. Gli altri, a cominciare dai giovani, gli si sono in gran parte rivoltati contro. Vincerà? La strategia è quella di mettere assieme di tutto e di più: emarginati, sottoccupati, disoccupati, privilegiati del partito, poliziotti, funzionari dello Stato, generali dell’Esercito e, persino, tre quarti della Corte Suprema. Mentre il resto della popolazione paga.

Stiamo parlando di un 80% di venezuelani in disaccordo su tutto. Anche fra di loro, perché Henri Falcòn, l’unico vero avversario di Maduro, si presenta alle elezioni nonostante sia stato sconsigliato dal resto dell’opposizione. All’estero sanno della pantomima e hanno già messo le mani avanti: se a vincere sarà l’attuale Presidente, probabilmente non lo riconosceranno. D’altro canto, lui ha fatto mirabilie in economia (è puro sarcasmo), causando un’inflazione al 14 mila%, portando i salari reali medi (al netto del cambio al mercato nero) a ben 2 (due) dollari al mese e facendo scappare dal Venezuela una massa di 5 mila compatrioti al giorno. La velocità con cui si deprezza il Bolivar, ricorda quella con cui perdeva valore il marco tedesco di Weimar, dopo la Prima guerra mondiale.

 

TIFOSI IN CAMPO

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