Celebrazioni così sontuose Israele non le aveva organizzate neppure dopo aver occupato nel 1967 la zona Est, araba, di Gerusalemme e preso il controllo di tutta la città, ricorda qualcuno. Euforia è alle stelle tra gli israeliani mentre tra i palestinesi crescono rabbia e frustrazione. Il ’Giorno di Gerusalemme’ -oggi secondo il calendario ebraico- il 14 maggio del 70esimo anniversario della proclamazione dello Stato di Israele.
Giorno simbolo per l’inviato Usa in Medio oriente Jared Kushner, la moglie Ivanka Trump, l’ambasciatore e finanziatore del movimento dei coloni David Friedman e centinaia di rappresentanti dell’Amministrazione Trump, del Congresso e di altre istituzioni e organizzazioni americane, parteciperanno alla cerimonia di apertura dell’ambasciata statunitense ad Arnona, alla periferia meridionale di Gerusalemme.
Israele festeggia l’apertura dell’ambasciata Usa a Gerusalemme mentre è massima l’allerta sul fronte palestinese di Gaza e in Cisgiordania. Tra misure di sicurezza imponenti, la decisione di Donald Trump dello scorso dicembre diventerà realtà, nonostante la forte opposizione del mondo arabo, dei palestinesi, dell’Onu e di gran parte della comunità internazionale, Ue compresa, tutti preoccupati che questo passaggio segni la fine della soluzione a 2 Stati.
Ma è proprio sul fronte europeo che si registrano le prime crepe: quattro dei 28 Paesi dell’Ue – Austria, Ungheria, Romania e Repubblica Ceca – hanno risposto all’invito del ministero degli Esteri israeliano e invieranno loro rappresentanti all’inaugurazione nel quartiere di Arnona, nella parte ovest della città. Inviti dal ministero degli Esteri, circa 800. Degli 86 diplomatici, 33 hanno accettato. Non ci saranno – secondo i media – né la Russia né l’Egitto.
La festa del ‘Jerusalem Day’, a ricordo della riunificazione sotto il controllo israeliano a seguito della guerra del 1967 – si respira l’aria delle grandi occasioni. Gerusalemme tappezzata di bandiere israeliane e americane, e di cartelloni inneggianti a Trump. Irraggiungibile la nuova ambasciata, che poi è il vecchio consolato Usa a cui hanno cambiato nome. Propaganda, e per molti, provocazione. Ambasciata irraggiungibile, scrive da Gerusalemme il corrispondente Ansa Massimo Lomonaco, “Bisogna al momento accontentarsi dei cartelli stradali che sono fotografati come fossero oggetti d’arte”.
Mentre tutto attorno, terre palestinesi, l’esercito israeliano ha rafforzato la sua presenza lungo tutto il confine con due ulteriori battaglioni, e ne ha inviato un altro in Cisgiordania. Timori particolari sul fronte di Gaza.
A breve distanza i palestinesi, che dalla Galilea e ‘tenteranno di far sentire la loro protesta’, ci dice Michele Giorgio, Nena News, da Gerusalemme. Tenteranno perché il dispiegamento delle forze di polizia sarà enorme in tutta Gerusalemme. Manifestazione nello stesso luogo e nello stesso momento delle celebrazioni israeliane, è il tentativo, in Cisgiordania, in particolare a Ramallah. Le manifestazioni più imponenti a Gaza dove oggi e martedì 15 maggio, nel 70esimo anniversario della ‘Nakba’, l’espulsione ebraica dalla loro terre, decine di migliaia di palestinesi –oltre 100mila promettono – alle barriere di demarcazione con Israele.
L’esercito israeliano sta facendo affluire rinforzi di uomini e mezzi corazzati. Ed è forte il timore che i tiratori scelti, ripetendo quanto avvenuto nelle ultime settimane, aprano di nuovo il fuoco sui dimostranti che si avvicineranno o proveranno a superare le recinzioni. E il bilancio di sangue di oltre 50 morti e di migliaia di feriti palestinesi registrato sino ad oggi potrebbe lievitare a cifre drammatiche.
Marce contro il trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme anche in vari Paesi arabi ed islamici. Gli Usa sono consapevoli che la loro mossa a Gerusalemme aggrava le tensioni in Medio Oriente e per questo, riferiva ieri la Cnn, stanno inviando contingenti di marines a protezione delle sedi diplomatiche in diversi Paesi della regione. Azzardo politico, a pare di gran parte della diplomazia mondiale, ma un vincitore -per ora- certo.
«Il primo ministro israeliano sta vivendo -grazie alla sua linea del pugno di ferro contro Iran, Siria e Palestinesi appoggiata dalla Casa Bianca- un momento di popolarità senza precedenti», rileva Michele Giorgio. «I sondaggi danno il suo partito, il Likud, in forte crescita e il 69% degli israeliani approva con entusiasmo la sua politica. Delle tre inchieste giudiziarie che lo vedono coinvolto per truffa e corruzione non parla e scrive più nessuno da settimane».