venerdì 14 dicembre 2018

Quale Iraq ci aspetta? Gli sciiti, l’Iran e gli americani

Dopo il trionfo di Hezbollah in Libano, Trump e Netanyahu aspettano con impazienza i risultati del voto di Baghdad.
-Se dovessero prevalere gli sciiti di Hadi al Amiri gli americani verrebbero “invitati” a lasciare il Paese in tempi brevi

Quali sciiti vinceranno,
quanto Iran anti americano?

Quale Iraq ci aspetta? Gli Stati Uniti, Israele e l’Arabia Saudita aspettano con crescente impazienza i risultati delle elezioni irachene, mentre l’Isis già semina bombe (ieri ha fatto otto morti a Kirkuk). Vinceranno gli sciiti, questo è chiaro, dato che la componente sunnite della popolazione è stata stretta all’angolo e che i curdi sono da mesi sulla difensiva. Ma quali sciiti? Se a prevalere dovesse essere il partito guidato da Hadi al Amiri, cioè quello dei “puri” legati mani e piedi a Teheran, Trump e Netanyahu potrebbero cominciare a passare notti insonni. Attaccati sul campo di battaglia siriano dagli aerei con la stella di David e sul piano diplomatico dal giro di valzer della Casa Bianca, per quanto riguarda l’accordo sul nucleare, gli ayatollah sperano di rifarsi piazzando a Baghdad un governo amico.

Lotta alla corruzione

I servizi segreti israeliani e quelli americani già sanno che una delle prime mosse di al Amiri, se diventasse primo ministro dell’Irak, sarebbe quella di dare il benservito alle truppe americane. Con tutto ciò che ne conseguirebbe. In queste ultime settimane, gli Stati Uniti, i sauditi e gli agenti di Gerusalemme hanno distribuito dollari a destra e a manca per comprare voti. L’obiettivo è quello di confermare al potere il premier uscente, al Abadi, sciita di ferro (un po’ arrugginito per la verità) pure lui, ma considerato il male minore. Il terzo incomodo è l’ex capo del governo al Maliki. Dal canto suo, al Abadi, finora, pur di restare aggrappato alla poltrona ha giocato con due mazzi di carte, cercando di non scontentare nessuno, a cominciare da Donald Trump. I suoi rapporti con Teheran sono tiepidi, anche se formalmente corretti.

La sua strategia è quella di tenere gli ayatollah “a bagnomaria”, smussando gli spigoli e cercando di convivere con i “desiderata” che arrivano dall’Iran, senza esporsi più di tanto e senza scontentare il danaroso patron americano. Il Dipartimento di Stato di Washington è arrivato al punto di preferire anche una possibile affermazione (che per la verità appare abbastanza improbabile) dell’imam Moqtada al Sadri, uno che passava per duro, ma che negli ultimi mesi ha ammorbidito parecchio la sua posizione e che guida un’alleanza sciita “multicolore”. Gli ultimi sondaggi, effettuati prima delle elezioni, indicavano che i dollari avevano fatto effetto e che al Abadi sembrava essere nettamente favorito su al Amiri. Ma Netanyahu e Trump stanno in campana: non è la prima volta, che le rilevazioni sulle intenzioni di voto in Medio Oriente sbagliano clamorosamente le previsioni.

Certo, dovesse vincere l’ala dura degli sciiti, gli iraniani vedrebbero servita su un piatto d’argento un’eccezionale opportunità di rivincita, dopo i “maltrattamenti” diplomatici e militari che hanno dovuto subire. Un’eventualità non certo remota, dopo che anche in Libano gli sciiti del Partito di Dio di Hezbollah hanno vinto le elezioni, mettendo americani e israeliani sulla graticola. E se proprio il Libano, il Golan e la Galilea sono le nuove frontiere dell’immane conflitto tra iraniani e israeliani, la Siria rischia di diventare il campo neutro, dove si stanno facendo le prove generali di una guerra che potrebbe avere conseguenze devastanti per tutti. A cominciare dal mercato dell’energia, che subirebbe contraccolpi pesanti da una possibile chiusura dello Stretto di Hormuz e del Golfo Persico.

Eventualità che oggi come oggi non terrorizza più gli americani come una volta (ormai gli Stati Uniti sono pressoché autosufficienti per quanto riguarda la produzione di combustibili fossili), ma che potrebbe mettere in ginocchio l’Europa. Italia in primis. Infatti, l’anno scorso abbiamo importato greggio dall’Iran per quasi 3 miliardi di dollari. Metteteci pure il carico delle sanzioni improvvidamente riproposte dalla Casa Bianca e rilanciate sul tavolo del commercio internazionale e vedrete che rischiamo di uscire con le ossa rotte. In quelle che, quindi, sembrano le elezioni più importanti da molti anni a questa parte, l’Irak gioca un ruolo di primo piano nel mantenimento dei precari equilibri della regione. Le stesse unità militari americane di stanza in Siria si troverebbero circondate da un muro sciita, che dall’Iran passa per l’Irak e arriva fino alle propaggini del Monte Hermon e dell’Antilibano.

A Mosul liberata

E proprio a Beirut si sta giocando un’altra partita che potrebbe vedere stringersi la tenaglia sciita su Israele. Da un punto di vista strategico, gli interessi degli Stati Uniti non coincidono chiaramente con quelli dell’Europa. Richiamare la “solidarietà occidentale” significa soltanto parlare a vanvera, facendo finta di non capire che i “sovranismi” tanto deprecati, sono applicati per primi da coloro i quali continuano a dare lezioni di finto bon-ton ex cattedra. La geografia politica del mondo sta cambiando vorticosamente, e muta con grande velocità soprattutto in aree specifiche, come il Medio Oriente. Dove la scombiccherata politica estera occidentale, con cui si naviga a vista, le decisioni zigzaganti della Casa Bianca e il saggio (per loro) e astuto comportamento di Russia e Cina, a fronte di cotanto palese analfabetismo diplomatico, portano ogni giorno che passa a un mutamento degli scenari e a un rivolgimento delle alleanze.

Nei prossimi giorni capiremo definitivamente se quello che era un conflitto regionale si è ormai trasformato in una macro-area di crisi, impossibile da gestire e con ripercussioni devastanti sulla nostra quotidianità.

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