venerdì 14 dicembre 2018

Sanzioni, evitare o produrre guerre?

La storia delle sanzioni antica come il mondo. Prova di forza di chi si ritiene più forte rispetto a chi gli crea danno vero o presunto.
-Ostilità massima prima dei cannoni che spesso produce la guerra vera che si affermava di voler evitare.
-Il primo embargo americano fu contro il Giappone e finì a bombe atomiche.

Sanzioni ad evitare o a produrre guerre? Le prime sanzioni americane fuori casa, dopo la feroce guerra civile, le decise Roseveelt contro il Giappone nel 1940, e non andò a finire particolarmente bene. Forse non fu colpa dell’embargo ma, alcuni milioni di morti dopo, finì con le bombe atomiche Usa su Nagasaki e Hiroshima.

Idealità e convenienze

Giappone. Dopo due guerre sanguinose con la Cina e l’adesione dell’impero giapponese al Patto d’Acciaio con la Germania nazista e l’Italia fascista, la situazione stava lentamente precipitando. Nel luglio 1940, dopo la sconfitta della Francia, il presidente Roosevelt avocò a se il potere di concedere o vietare l’esportazione di materiali strategici. Un mese dopo scattò l’embargo sui materiali ferrosi, sui combustibili e lubrificanti aeronautici, mentre furono congelati i depositi giapponesi nelle banche degli Stati Uniti. Il blocco totale dei commerci e degli investimenti tra Usa e Giappone.
Ad ottobre, dopo l’occupazione giapponese dell’Indocina francese per impadronirsi delle materie prime necessarie alla produzione della gomma, seguirono altre limitazioni Usa all’esportazione di petrolio greggio. A queste sanzioni aderirono anche l’Inghilterra e l’Olanda, partner commerciali del Giappone, attraverso le colonie asiatiche. Nonostante questa difficile situazione, fino alla fine di novembre 1941 le trattative diplomatiche tra Tokyo e Washington però continuarono: la fornitura da parte Usa di un milione di galloni di benzina aeronautica avrebbe dovuto essere la contropartita del ritiro giapponese da alcune zone occupate, ma arrivò l’attacco di Pearl Harbor il 7 dicembre.

Evitare o spingere alla guerra?

Questa complessa vicenda raccontata da numerosi storici nei decenni seguenti ha assunto in seguito vari significati. Il primo – sostenuto ancora oggi dai fautori di politiche di sanzione economica o finanziaria o di embargo – è che questi provvedimenti comunque funzionano in quanto mettono l’avversario con le spalle al muro. Nel caso del Giappone la reazione fu la guerra e a questo punto interviene la ‘variante complottista’: gli Stati Uniti ‘provocarono’ abilmente la reazione giapponese per scatenare la guerra in quanto la loro opinione pubblica non avrebbe accettato che a cominciare la guerra per primo fossero stati gli americani.
Benché si tratti di un tema sul quale il dibattito è ancora caldo, il punto non è questo, ovvero se la mossa dell’amministrazione Roosevelt sia stata calcolata e accuratamente messa in atto: il vero nodo da sciogliere resta infatti se sanzioni o embarghi accelerino o provochino una guerra e in questo specifico caso la risposta non può che essere affermativa.

Pre Trump-Iran fu Sparta-Atene

Vale la pena di ricordare – per concludere – un vicenda molto più antica di quella del 1940. Alle origini della guerra del Peloponneso tra Sparta e Atene, vi fu il celebre decreto di Megara con il quale, nel 432 avanti Cristo, gli ateniesi imposero pesanti sanzioni commerciali a Megara, città ritenuta responsabile della morte di un messaggero ateniese. Porti e mercati dell’impero ateniese vietati, con l’intento di strangolare l’economia megarese. Le sanzioni avrebbero colpito anche gli alleati di Megara che avessero commerciato coi nemici di Atene (strani parallelismi con l’oggi, vero?).
L’argomento di Megara, come l’embargo Usa contro il Giappone, è stato tuttavia recentemente reinterpretato e ridimensionato: i commerci infatti sarebbero continuati lo stesso attraverso altri greci che non avevano cittadinanza ateniese né megarese (i meteci) ed inoltre il decreto stesso sarebbe rimasto in vigore solo un anno. Anche in altre situazioni il nesso tra guerre e sanzioni continuò a restare. Speriamo che qualcuno a Bruxelles (e a Roma) abbia ripassato la storia greca, poco frequentata a Washington.

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