domenica 23 settembre 2018

Iraq, elezioni dopo Isis, vince l’Iran

Prime elezioni dopo la sconfitta Isis, quarte dal 2003, quando fu rovesciato Saddam.
-Per la prima volta gli sciiti dati per vincenti ma divisi.
-I curdi in difficoltà e i sunniti messi nell’angolo.
-Timori di violenze delle cellule jihadiste. Attacco ex Isis a sud di Kirkuk, 6 morti.

Iraq, elezioni dopo Isis

L’Iraq sciita dopo Saddam

Iraq, elezioni dopo Isis, cinque mesi dopo aver dichiarato la vittoria sul ‘califfato‘. Gli sciiti divisi ma dati per vincenti, i curdi in difficoltà e i sunniti messi nell’angolo. Le quarte elezioni nel Paese, da quando nel 2003 fu rovesciato Saddam Hussein. Seggi chiusi alle 17 italiane, primi risultati non prima di martedì. Dunque, per la prima volta gli sciiti, che dominano la scena politica da 15 anni, non si presentano con una lista unica, a causa della lotta intestina feroce tra gli uomini forti della comunità più popolosa del Paese.
Ci sono almeno cinque liste sciite, tra le quali quella del premier Haider al-Abadi, che cerca un nuovo mandato. Dovrà vedersela con il suo predecessore, Nuri al-Maliki, e l’ex ministro dei trasporti, Hadi al-Hameri, che ha stretti legami con i Guardiani della Rivoluzione iraniani.

Contro corrotti e incapaci

La concorrenza agguerrita all’interno della comunità sciita rischia di frammentare il voto e fa prevedere un lungo mercanteggiamento prima della formazione del governo. Molto ridimensionati i curdi, per le misure di ritorsione adottate dal governo centrale dopo il referendum sull’indipendenza del settembre, e ora rischiano di perdere una decina di seggi sui 62 che avevano nel Parlamento precedente.
Altra novità, la più alta autorità religiosa sciita, il grande ayatollah Ali Sistani, non ha chiamato come nel passato gli elettori alle urne, per consolidare la giovane e incerta democrazia, ma a li ha esortati a rimuovere i “corrotti” e gli “incapaci” in un paese classificato tra i più corrotti al mondo. Il Parlamento iracheno ha 329 seggi, 88 dei quali destinati alle donne, il 27 per cento, e altri 9 alle minoranze religiose.

Errori strategici Usa

Uno degli aspetti che ha condizionato di più la politica irachena degli ultimi 15 anni è l’influenza dell’Iran in Iraq. Fino al 2003, anno dell’invasione americana e della caduta dell’ex presidente Saddam Hussein, i due paesi avevano mantenuto relazioni pessime, sulla scia delle feroce guerra dal 1980 al 1988. Con la rimozione ed esecuzione di Saddam, gli Stati Uniti cominciarono ad appoggiare in Iraq governi guidati da musulmani sciiti, come la maggioranza della popolazione irachena.
L’influenza iraniana in Iraq cominciò ad aumentare grazie agli ingenti investimenti nell’economia post-bellica e alla creazione di milizie sciite appoggiate dal governo di Teheran. Poi la guerra contro lo Stato Islamico, sostenuto nelle provincie occidentali a maggioranza sunnita. Le milizie sciite appoggiate dall’Iran sono state decisive per sconfiggere Isis e ora puntano a diventare la coalizione più votata del paese.

Sciiti divisi ma dominanti

Quella che rappresenta le milizie sciite, si chiama Fatah ed è guidata da Hadi al Amiri, leader della potente milizia Badr, stretti legami con le Guardie rivoluzionarie, potente corpo militare iraniano molto vicino agli ultraconservatori. Le altre due coalizioni che se la giocano con Fatah sono Nasr, guidata dall’attuale primo ministro Haidar al Abadi, e Dawlat al Qanun, guidata dall’ex primo ministro iracheno Nuri al Maliki. A capo del governo iracheno tra il 2006 e il 2014, è ritenuto responsabile di politiche settarie nei confronti della minoranza sunnita irachena, una delle cause della diffusione dello Stato Islamico in Iraq.
Abadi, al governo dal 2014, ha cercato invece di invertire la tendenza mantenendo i legami con l’Iraq ma senza rinunciare all’alleanza con gli Stati Uniti, e magari tentando un riavvicinamento con l’Arabia Saudita. Infine i cosiddetti “sadristi”, i sostenitori del religioso sciita iracheno Muqtada al Sadr, con il Partito comunista iracheno, storica forza politica laica.

Curdi e sunniti marginalizzati

L’influenza dei curdi, rilevante nella scelta del primo ministro nel 2010 e nel 2014, sembra oggi irrilevante. I curdi si presentano divisi, pagan le rivalità emerse dal referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno del 2017, considerato illegale dal governo di Baghdad. Vinse il sì, ma il referendum non ebbe alcuna conseguenza pratica per la durissima reazione del primo ministro Abadi e del suo governo. Difficoltà simili anche tra i sunniti. E il timore che la partecipazione dei sunniti alle elezioni possa provocare una reazione violenta dell’ex Isis, che resta clandestinamente attiva, alimenta dal senso di marginalizzazione delle comunità sunnite.
L’ex Iis ha già rivendicato diversi attacchi, oltre che l’omicidio del candidato parlamentare sunnita Farouq al Jabouri. Il governo iracheno ha già detto di avere preso misure di sicurezza eccezionali: ha chiuso i passaggi di confine e gli aeroporti 24 ore prima dell’apertura dei seggi.

 

AVEVAMO DETTO

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