Moro e i teorici del complotto
Aldo Moro e i teorici del complotto 40 anni dopo

Il nove maggio del 1978 a Roma. Alle 12.30 a casa del professor Francesco Tritto, un assistente universitario di Aldo Moro, squilla il telefono.
-A chiamare era Valerio Morucci, 29 anni, il capo della colonna romana delle BR: «Lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell’onorevole Aldo Moro in via Caetani. Lì c’è una R4 rossa. I primi numeri di targa sono N5».

Da allora la ossessiva ricerca di verità tra dubbi legittimi e dietrologie inverosimili.

La verità accertata

Moro e i teorici del complotto 40 anni dopo. Il presidente della Democrazia Cristiana fu rapito dalle Brigate Rosse, e fu tenuto prigioniero per 55 giorni in un appartamento in via Montalcini, a Roma. Il governo rifiutò qualsiasi ipotesi di trattativa con le BR e fu sostenuto nella sua scelta dalla maggioranza dei partiti, dei sindacati e dei grandi quotidiani. Quando le richieste dei sequestratori non furono esaudite, su decisione della loro ‘ direzione strategica’, i brigatisti Mario Moretti e Germano Maccari uccisero Aldo Moro con undici colpi di arma da fuoco. Il corpo del presidente della DC fu fatto trovare alle 13 del 9 maggio 1978 nel bagagliaio di una Renault rossa parcheggiata in via Caetani, a pochi passi dalla sede del suo partito e da quella del PCI in via delle Botteghe oscure.

Non tutti ma di tutto

Eppure, dietrologia diffusa, quello che accadde nei 55 giorni del sequestro la ricostruzione scritta sopra, sarebbe profondamente lacunosa. Le BR non avrebbero agito da sole e i ‘reali mandanti’ non sarebbero ancora stati scoperti. E vengono chiamati in causa da alcuni, la CIA, la Stasi, i servizi segreti cecoslovacchi, il Mossad, la P2, i servizi italiani deviati, Gladio, lo IOR vaticano, la mafia, la ‘ndrangheta, la banda della Magliana e i palestinesi. Nei 40 anni trascorsi, i teorici del complotto hanno percorso ogni sorta di pista o traccia, spesso una in contraddizione con l’altra. Ma in gran parte dei casi, ad approfondire, emergono falsi misteri, lettura superficiale dei documenti dell’epoca, racconti fantasiosi di testimoni inaffidabili, o commissioni d’inchiesta utili agli ‘inchiestisti’.

La doccia di via Gradoli

Al centro di tutte le dietrologie, annota Davide Maria De Luca in una accurata ricostruzione dei fatti sul Post, il covo dell’organizzatore del sequestro, il brigatista Mario Moretti, in via Gradoli. E la sua fortunosa scoperta a un mese dall’inizio del sequestro, quando per un allagamento in bagno iniziò a filtrare acqua nell’appartamento sotto. Intervento dei vigili del fuoco che oltre al rubinetto lasciato aperto, trovano armi, munizioni e materiale delle BR. Distrazione di Barbara Balzerani, coinquilina con Moretti. Retro-versione, allagamento e scoperta del covo organizzati dagli stessi brigatisti. Le BR sapevano di essere sorvegliate dai servizi segreti e facendo ritrovare il covo di via Gradoli vollero comunicare che se ne erano accorti. Intorcinamento dietrologico triplo, tra le BR e i servizi segreti c’era un qualche tipo di accordo segreto che suggerisce la presenza di ancor più oscuri e inconfessabili misteri.

Altri misteri di via Gradoli

Restando a via Gradoli, la più citata tra le notizie false è probabilmente la perquisizione del 18 marzo 1978, due giorni dopo il sequestro, quando un gruppo di poliziotti arrivò proprio davanti all’interno dove abitavano Moretti e Balzerani, bussò alla porta per perquisire l’abitazione e, non ricevendo risposta, se ne andò. Poliziotti complici? Secondo i dietrologi un indizio che qualche forza oscura non voleva che il covo venisse scoperto. In realtà, ha documentato Vladimiro Satta, archivista del Senato e per 13 anni assistente della Commissione di indagine sulle stragi, quella del 18 marzo non era una perquisizione mirata. Era una delle migliaia di perquisizioni che si fecero nei giorni dopo il sequestro. Soltanto nella zona di via Gradoli, furono visitati dalla polizia 30-40 palazzi. E a ogni campanello suonato senza risposta non potevi certo sfondare la porta.

Sospetti e scemenze

Sfondare una porta significava dover lasciare un agente a presidiare l’appartamento fino al ritorno degli occupanti, e rimborsare il danno, in caso non si fosse trovato nulla. «Se fossero stati aperti tutti gli appartamenti degli assenti, non si sarebbero avuti uomini sufficienti per poterli piantonare e difendere dai ladri», spiegò il questore. Altra favola attorno via Gradoli, appartamenti dei servizi segreti proprio nel palazzo che ospitava Moretti e Balzerani. Dopo il sequestro Moro, il prefetto Vincenzo Parisi, che sarebbe divenuto vicedirettore del SISDE (servizi segreti interni) acquistò casa per le figlie nella via. Uno degli appartamenti del palazzo di Moretti era di proprietà di una società che controllava la Fidrev, con cui il ministero dell’Interno aveva avuto rapporti. Ma non era una società del ministero, e non è mai esistita prova di alcuna collaborazione per via Gradoli.

I superkiller di via Fani

Oltre a via Gradoli e suoi misteri, sospetti facili sull’agguato di via Fani, quello in cui il 16 marzo del 1978 venne rapito Aldo Moro e furono uccisi i cinque uomini della sua scorta. Secondo certe letture, le BR non avrebbero mai potuto avere la capacità militare di neutralizzare la scorta senza ferire Moro. Ed esce fuori la presenza in via Fani di un “super killer”, inviato -a seconda della versione- dal KGB, dalla CIA o dai servizi segreti italiani. Sarebbe stato lui, con la sua elevata conoscenza delle armi, a garantire il successo di un’operazione così complicata. Le perizie in realtà hanno spiegato che i brigatisti spararono a distanza ravvicinata, in alcuni casi erano così vicini alle auto della scorta da poterle toccare. Impossibile sbagliare mira, con Moro solo sul sedile posteriore dell’auto di testa.

Problemi di Governo

Sospetti politici. Il modo in cui il governo avrebbe gestito il sequestro Moro al suo livello più alto. Ancora Satta nel suo volume del 2006, ‘Il caso Moro e i suoi falsi misteri’. La ‘linea della fermezza’, la decisione del governo di non trattare con le BR, perché ‘qualcuno’ voleva Moro morto. In realtà, stessa ‘linea della fermezza’ quattro anni prima, col sequestrato BR del magistrato Mario Sossi a Genova. Il governo respinse ogni possibilità di accordo con scontri anche duri con la magistratura che sembrava disposta a liberare alcuni brigatisti detenuti. Osservazione critica, tre anni dopo Moro, rapimento dell’assessore della Campania Ciro, liberato dopo il pagamento di un riscatto. Ma fu trattative segreta, come fu tentata con Moro quando il Vaticano raccolse un miliardo e mezzo di lire. Ma all’epoca, le BR non volevano denaro ma riconoscimento politico.

Tra assurdo e improbabile

La stampa, ma anche giudici e membri delle Commissioni di indagini, si sono occupati anche di storie così assurde che farebbero sorridere se non riguardassero una vicenda tanto tragica. Una delle più grottesche citata da Davide Maria De Luca sul Post, è quella di Antonino Arconte. Nei primi anni Duemila, dopo 25 anni di silenzio, Arconte ‘svela’ che alcune settimane prima del sequestro Moro fece da postino per i servizi segreti verso il Libano. Assurdo viaggio via nave, Mario Ferraro colonnello spia che legge in messaggio top secret in sua presenza, poi gli scappa la pipì e lo lascia sul tavolo consentendo al super postino di filmare stanza a documento. A farla breve, la richiesta di contatti con i terroristi palestinesi per aprire attraverso di loro una trattativa con le BR per liberare

Ex carabiniere ed ex Servizi

Ancora più strana è la storia dell’ex carabiniere ed ex agente dei servizi segreti Pierluigi Ravasio, altro sostenitore della teoria secondo cui alcune strutture dello Stato sapevano in anticipo del sequestro Moro. 1990, più di dieci anni dopo i fatti, Ravasio racconta di un gruppo segreto di investigatori agli ordini del colonnello Camillo Guglielmi, che lui riteneva morto. Il gruppo segreto, raccontò Ravasio, aveva scoperto che il rapimento di Moro era stato organizzato dalla Banda della Magliana in cambio di copertura politica. Ma l’investigazione di Ravasio e colleghi fu bloccata «per ordine di Cossiga e Andreotti» e i documenti bruciati, fu raccontato. Grande rilevo stampa, poi la magistratura, e l’ex CC infedele e mitomane si rimangia tutto, anche perché scopre che il colonnello che lui riteneva morto, era ben vivo.

Anche alcuni misteri veri

Non tutti i misteri del caso Moro sono così sciocchi e superficiali. Nella vicenda esistono ancora dettagli non del tutto chiariti. Ad esempio non è ancora sicuro quanti fossero davvero i brigatisti che parteciparono alla strage di via Fani, mentre la rete di appoggi e complicità non è ancora emersa completamente. Non conosciamo tutti i dettagli della storia del falso comunicato del lago della Duchessa, né sappiamo come e perché Romano Prodi venne a sapere nel corso di una ‘seduta spiritica’ che il rapimento di Aldo Moro aveva qualcosa a che fare con la parola ‘Gradoli’. Difficile però che uno di questi elementi possa sconvolgere completamente la storiografia del caso Moro.
Processi sino al ‘Moro quinque’, più di 15 gradi di giudizio, centinaia di magistrati, migliaia di investigatori, una mole di testimonianze e documenti che non hanno precedenti nella storia giudiziaria del nostro paese. Il più vicino possibile alle verità accertabile, salvo che la Spectre non esista davvero.

UN FRAMMENTO DELLA STORICA INTERVISTA DEL TG1 A CURCIO, MORETTI, BALZERANI, SULLA FINE DELLA LOTTA ARMATA

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