domenica 21 luglio 2019

Belucistan discarica di Dio, sotto terra minatori e interessi nascosti

Due incidenti nei pozzi di metano del Belucistan, una strage di minatori.
-Una terra di confine tra Iran e Pakistan.
-Armi nucleari ed energia per un fragile equilibrio.
-Gli Interessi degli Stati Uniti.
-Un gasdotto faraonico mai terminato.
-Il pericolo ambientale.

Belucistan, discarica di Dio

Il Belucistan, una porzione dell’odierno Pakistan, viene definito come il posto dove Dio ha gettato tutta la spazzatura del creato. Forse, prima di morire, ciò deve essere sembrato vero ai 23 minatori che il 6 maggio sono saltati in aria a causa di differenti esplosioni avvenute in due miniere di gas metano.
I minatori lavoravano a Pir Ismail, una località ad appena 45 chilometri da Quetta, il capoluogo della regione. Rimasti intrappolati sottoterra, non c’è stato nulla da fare. Stessa sorte per altri 7 lavoratori che erano impegnati nel giacimento gestito dalla Pakistan Mineral Development, nell’area di Sooranj, proprio nella città capoluogo. Il lavori di scavo sono continuati a lungo per capire se ci fossero ulteriori vittime per i crolli nelle gallerie.

Servizi segreti e terroristi

Mai spazzatura è stata così insanguinata. Ma soprattutto mai nessun rifiuto è tanto prezioso. Il Belucistan infatti non è una pattumiera dalla quale scappare bensì un luogo accogliente per chi è in fuga. E’ in questa aspra zona che sembra si sia rifugiato il Mullah Omar e i suoi seguaci, tanto imprendibile da divenire una figura mitica.
E’ sempre in Belucistan che servizi segreti, organizzazioni terroristiche, compresa Al-Queda nel suo massimo fulgore, hanno stabilito basi e insediato i propri quartier generali. Una regione storicamente crocevia di spie proprio per la sua collocazione geografica. Quardate la mappa poco più sotto.

Una terra contesa

Nel 19° secolo il Belucistan era diviso tra i territori ad est controllati dall’impero britannico e quello che rimaneva del gigante persiano, il west Belucistan. Questa ultima parte è stata poi fagocitata quando la Persia si traformò in Iran, perse i suoi connotati etnico geografici e divenne una provincia di Teheran. Ma fu con la caduta dello Scià, nel 1979, che il Belucistan iraniano venne definitivamente dissolto attraverso le migrazioni interne e l’installazione di numerose basi militari, proprio al confine con il Pakistan.
Una politica che però ha sortito l’unico effetto di alimentare un movimento nazionalista che sebbene perseguitato, con i capi costretti all’esilio o incarcerati, ha poi fatto nascere l’est Belucistan, e cioè quella regione del Pakistan dove si trovano le miniere del tragico incidente.

Il nucleare pakistano

Una terra di confine dunque motivo di tensioni sempre presenti. La prova non sta solo nelle installazioni militari iraniane ma soprattutto nella politica nucleare del Pakistan. In Belucistan infatti, Islamabad ha stabilito un vero e proprio arsenale. Almeno fino al 2009 in questa regione si trovavano tre impianti per test nucleari, sei per la costruzione di missili, tre basi della marina e altre sei dell’aviazione.
La popolazione vive in condizioni di povertà ed arretratezza, e ai più non rimane che lavorare nei pozzi da dove si estrae il metano. Una condizione che ha provocato diverse rivolte nel corso degli ultimi anni, anche se tutte le sollevazioni sono state soffocate nel sangue con il beneplacito degli alleati statunitensi preoccupati di preservare il ruolo strategico antiraniano di Islamabad.

Usa alla ricerca di energia

Gli Stati Uniti non vogliono perdere la possibilità di usufruire dell’energia prodotta dal metano. Washington infatti importa complessivamente (dati Eni del 2010) 106,59 miliardi di metri cubi, solo che i primi due paesi produttori di gas naturale sul pianeta sono Russia e Iran. Non proprio due rivenditori di fiducia per la Casa Bianca. A questi si aggiungono anche Qatar, Arabia Saudita e altri paesi del Golfo Persico.
Per questo gli Usa stanno fortemente incrementando la tecnologia (trivellazioni orizzontali) che permette di estrarre il gas dalle rocce argillose, il cosiddetto shale gas. Così gli Stati Uniti mirano ad affrancarsi dalla dipendenza da paesi “inaffidabili”. Ma al momento, sebbene nel sottosuolo americano sia stata scoperta una riserva enorme, i metodi di estrazione sono costosi e tecnologicamente complessi.

Il gasdotto mai costruito

A ciò si aggiunge il fatto che nel 2009 sarebbe dovuta cominciare la costruzione del faraonico progetto del gasdotto che partendo dalle coste iraniane sul Golfo avrebbe attraversato il Pakistan per giungere fino in India. I lavori sarebbero terminati nel 2014. Per gli Usa sarebbe stata una minaccia strategico economica enorme.
Questa costruzione infatti avrebbe raffreddato i rapporti tra Islamabad e Teheran ma soprattutto si sarebbe verificato un ravvicinamento tra Pakistan ed India, due potenze nucleari. Così il progetto, dopo numerose battute di arresto dovute alle sanzioni comminate all’Iran e agli stravolgimenti post 11 settembre nell’area, si è fortemente ridimensionato se non arenato.

Energia e rischi ambientali

Rimane comunque il fatto che nei prossimi anni la richiesta di fonti alternative al petrolio subirà un’impennata come prevedono numerosi esperti. Lo sfruttamento delle riserve di gas naturale procederà a ritmi sempre più veloci con conseguenti rischi per la natura del pianeta.
Come tutti i combustibili fossili anche la combustione di gas naturale provoca il rilascio di anidride carbonica e il conseguente aumento di gas serra.
Inoltre l’estrazione di gas porta a una diminuzione della pressione nella riserva sotterranea. Ciò provoca uno sconvolgimento del terreno e può danneggiare l’ecosistema, i corsi d’acqua, la rete idrica e fognaria e causare cedimenti nelle fondamenta degli edifici. L’estrazione e il trasporto del gas possono inoltre generare ulteriore inquinamento. Purtroppo potrebbero accadere nuovi e tragici incidenti per lo sfruttamento selvaggio nei paesi poveri e l’intero mondo diventare la “discarica di Dio”.

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