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giovedì 19 Settembre 2019

Atomiche e Medio Oriente, storia semisegreta del nucleare israeliano

Le bombe atomiche che, secondo Netanyahu, l’Iran vorrebbe, e i veri motivi per cui Israele teme il nucleare iraniano.
-‘Se uno Stato vuole davvero la bomba, avrà la bomba’, lezione israeliana.
-E può svilupparla al riparo da occhi indiscreti, continuando poi a comportarsi come se non esistesse, rileva EastWaest.
-Come dimostra la storia di Dimona

Atomica in Medio Oriente
chi la vuole e chi ce l’ha

Storia semisegreta del nucleare israeliano. Ne scrive con accurati dettagli Eugenio Dacrema, su EastWest. Tutto il mondo ha vistoil primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu mettere in scena una prova quasi teatrale per lanciare accuse all’Iran. Teatrante interessato anche a distrarre da problemi politico e giudiziari suoi, accuse gravi di corruzione, ma il problema iraniano dal punto di vista di Israele è reale.

Perché Israele sa bene come un Paese
se veramente vuole, l’atomica se la fa

«Gli israeliani, probabilmente meglio di chiunque altro, sanno quanto sia relativamente facile sviluppare un programma nucleare militare al riparo da occhi indiscreti, mettendo il resto del mondo davanti al fatto compiuto», sottolinea Dacrema.
Nessuno na parla e tutti lo sanno. La capacità nucleare israeliana non è stata quasi mai menzionata, né dai nemici né, tanto meno, dagli alleati. Eppure, la capacità nucleare israeliana viene data per certa dentro e fuori Israele. Anche con l’indirizzo del ‘segreto’: Dimona, deserto del Negev, dove c’è il centro nucleare israeliano.

L’atomica che c’è ma non si dice

Secondo il libro più accurato sulla vicenda, Israel and the Bomb di Avner Cohen, il programma venne voluto direttamente dal padre della patria di Israele, David Ben Gurion, il quale iniziò a concepirlo già nel 1956. La crisi di Suez, cessata la copertura ex coloniale britannica, con la piccola Israele senza alcuno scudo, in un mare arabo. Da lì nasce Dimona.
Sempre secondo le fonti più accreditate -ma mai confermate, precisa Eugenio Dacrema- i ritmi forsennati per la prima atomica israeliana:

  • nel 1956 viene firmato l’accordo per la costruzione del primo reattore,
  • nel 1959 vengono acquistate dalla Norvegia le prime partite di acqua pesante,
  • nel 1963 il reattore raggiunge il punto critico e
  • nel 1967 Israele assembla il primo ordigno.

Sono serviti poco più di dieci anni al Paese mediorientale per raggiungere un obiettivo che in quegli anni non era stato ancora intrapreso nemmeno da potenze ben più grandi e ricche.

L’atomica se hai degli amici

In un’intervista fatta da Avi Shavit, scrittore ed editorialista di Hareetz, uno dei direttori del reattore di Dimona di quegli anni cruciali affermava: «non ci vuole molto a farsene una bomba nucleare. Se un Paese è convinto di volerne una, basta avere i mezzi e un minimo di competenze ingegneristiche per costruirsela. Se la vuoi davvero, ce l’avrai».
Ma non è soltanto caparbietà ebraico israeliana alle spalle della potenza nucleare israeliana fantasma.

  • A sostenere in segreto gli sforzi israeliani fu la Francia, che in quegli anni diveniva anch’essa potenza nucleare, ma anche con tale supporto l’impresa aveva del titanico.
  • A porre uno dei maggiori ostacoli, infatti, vi era anche l’opposizione degli Stati Uniti, che già allora applicavano una politica contraria alla proliferazione delle armi nucleari.
  • Secondo la ricostruzione contenuta nel libro di Shavit, nel 1960 gli Stati Uniti sapevano già che i francesi stavano sostenendo la costruzione di un reattore nucleare in Israele.
  • Kennedy, da poco presidente, oppositore di qualunque proliferazione nucleare, nel 1962 fece pressione affinché Israele concedesse agli ispettori americani l’accesso al reattore perché si assicurassero che non fossero prodotti armamenti nucleari.

Camuffamenti in casa
temendo quelli altrui

Tattiche di camuffamento per ingannare gli ispettori americani:
– False sale di controllo, murati gli accessi ai livelli sotterranei e alcuni edifici contenenti gli impianti proibiti furono imbrattati di escrementi di piccione per dare l’impressione che fossero stati abbandonati.
– La leadership nazionale seguiva da lontano ogni istante della conversazione tra gli ingegneri e gli ispettori statunitensi. Ogni momento poteva essere critico, ogni errore fatale.
– Ma “l’ispezione del marzo del 1966 si concluse senza inconvenienti, e così anche quella successiva dell’aprile del 1967”.

A questo punto Israele aveva già la bomba, e qualche anno dopo la cosa poteva essere tranquillamente ammessa da Golda Meir alle autorità americane e, soprattutto, a Henry Kissinger, che aveva radicalmente mutato l’atteggiamento statunitense verso il programma nucleare israeliano.

L’impianto nucleare israeliano di Dimona, Negev

Atomica mai dichiarata

Avere la bomba continuando a comportarsi come se essa non esistesse, la tattica finora adottata da Israele, rileva Eugenio Dacrema, ma la minaccia indiretta e apparentemente nascosta che rimane e pesa. Conclusione finale, a giustificare almeno in parte i timori israeliani molto male espressi del premier teatrante: «Israele sa bene che se uno Stato, anche con budget limitato e risorse modeste, se vuole davvero il nucleare avrà il nucleare. Sa che se non vuole farlo sapere al mondo potrà non farlo sapere al mondo se non dopo il fatto compiuto».
La considerazione finale è dell’analista di EastWest, che dà rilievo alle paure israeliane, ma assieme alla reazioni iraniane sulla minacciata rottura dell’accordo sul nucleare promessa da Trump. Decisione a rischio -lezione che viene dall’atomica israeliana- con l’Europa che perova a frenate le intemperanze dell’imbarazzante inquilino della Casa bianca, e nonostante gli opportunismi di Macron.

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