sabato 25 maggio 2019

Rivelazioni sull’Iran Mossad-Cia, d’accordo Trump

La conferenza stampa di Netanyahu sul nucleare degli ayatollah ha avuto il via libera della Casa Bianca durante la visita di Mike Pompeo.
-Gli americani vogliono convincere l’Europa a stracciare il trattato siglato da Obama, facendo anche leva sulla questione dei dazi doganali.
-Rischio di guerra tra sciiti e sunniti nel Golfo. Il ruolo di Israele.

Rivelazioni sull’Iran Mossad-Cia

Rivelazioni sull’Iran Mossad-Cia concordate con Trump: il Mossad ha fatto il compito in classe e la Cia l’ha copiato. Il colpo di teatro esibito da Netanyahu l’altra sera, per dimostrare al mondo che gli ayatollah vogliono la bomba atomica, è stato concordato fino alle virgole con la Casa Bianca. I dettagli sono stati definiti pochi giorni fa, durante la visita del Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, in Israele. Secondo spifferi in arrivo da Tel Aviv, Trump ha dato via libera alla conferenza stampa co-progettata con Netanyahu perché ormai si è deciso a stracciare l’accordo con Teheran, che era stato siglato dall’odiatissimo Obama e dagli altri partner del Gruppo “5+1”.

Di più. Il Presidente Usa vorrebbe sfruttare la linea dura contro l’Iran, che sarà ufficializzata il prossimo 12 maggio, come monito per la Corea del Nord. Kim, insomma, è avvisato: barare non porta da nessuna parte e se Pyongyang prenderà un impegno lo dovrà onorare fino alla fine. O ne pagherà le conseguenze. Con un gioco molto cinico di “diplomazia asimmetrica” poi, gli Stati Uniti intendono utilizzare la guerra sui dazi doganali che minacciano di scatenare contro il Vecchio Continente, per “convincere” gli alleati europei a dimostrarsi allineati e coperti nella denuncia del trattato con l’Iran.

Nello scontro tra civiltà (o, meglio, tra religioni) all’interno dell’Islam, Trump, insomma, prende decisamente le parti dei sunniti e mette all’angolo gli sciiti, che tanto fastidio danno per ora a Israele, a cominciare da Hezbollah, a ridosso del Golan, per finire alle Guardie Rivoluzionarie persiane, che ormai hanno messo radici in mezza Siria. Come si vede, è una vera e propria partita di giro, che lega eventi a prima vista scollegati tra di loro da un punto di vista tattico, ma che invece si riuniscono sotto un unico scenario strategico. Sullo sfondo, per gli “adviser” della Casa Bianca, la posta è grossa.

In primis, sollevare una cortina fumogena sul pericolo di impeachment per il “Russiagate” e, poi, mirare al cuore dell’opposizione democratica, cercando di vincere a tutti i costi le elezioni di “medio-termine” per riassicurarsi il controllo del Congresso. Con tutto ciò che ne consegue. Trump si muove bene per i suoi compatrioti? Ai sondaggi l’ardua sentenza. Per ora gli cominciano a sorridere, dato che la forbice sul “job approval”, che prima era stratosferica, adesso si è ridotta fino a cinque punti secondo la “bibbia dei polls”, RealClearPolitics. Certo, le mosse all’estero dell’ex Palazzinaro sono quantomeno “questionable”, dato che lasciano dietro di sé una scia fumante di rovine.

Conflitti regionali trasformati in macro-aree di instabilità, mercati internazionali sull’orlo di una crisi di nervi e alleanze scucite e riannodate manco fossero la tela di Penelope. La diplomazia, più confusa che persuasa, ne esce con le ossa rotte. Ma lui che se ne frega. Bada solo a guardarsi le terga dai mille nemici che si è fabbricato. Ma torniamo all’Iran. Bara? Certo, i servizi segreti israeliani hanno messo le mani sul malloppo che conta, e lo hanno trasmesso ai dormienti colleghi della Cia che, a catena, hanno convinto (non ci voleva tanto) il loro Presidente a mettere sulla graticola gli ayatollah.

Facendo un favore grande quanto una casa non solo a Gerusalemme, ma anche agli inferociti (con gli sciiti) sceicchi dell’Arabia Saudita. Le “rivelazioni”, comunque, fanno struscio fino a un certo punto. Moltissime cose già si sapevano e molte altre si immaginavano. Gli archivi mostrati con una grande grancassa mediatica da Netanyahu dicono tutto e niente. I 100 mila documenti stipati dal Mossad, dopo che i suoi 007 li hanno trafugati, dimostrano che c’è un programma atomico iraniano e che probabilmente può fungere da base per la costruzione di ordigni nucleari. Ma di superbombe manco l’ombra. Gli stessi israeliani lo ammettono, dicendo che gli ayatollah lavorano alla realizzazione di cinque atomiche “più potenti di quelle di Hiroshima”.

Insomma, se vent’anni di sforzi hanno portato Teheran a questi risultati, forse l’apocalisse non è dietro l’angolo. No, i motivi di attrito sono ben altri e più immediati. Il blocco sunnita fa pressioni su Trump perché liquidi la pratica Iran e garantisca all’Arabia Saudita il “patronage” (petrolifero) nel Golfo Persico. Evidentemente a Riad e a Washington giudicano il pericolo del terrorismo sciita ben poca cosa, rispetto ai sorci verdi visti con il Califfato. La Casa Bianca spera così di disinnescare anche il flusso di petrodollari, che foraggiano l’estremismo islamico jihadista targato “sunna”.
Occhio però: se qualcuno ha sbagliato i conti presto ci ritroveremo con una guerra “mondiale” nel Golfo Persico (tra Teheran e l’Arabia Saudita) e con due minacce terroristiche internazionali anziché una.

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