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sabato 14 Dicembre 2019

Corea, ‘sorpresa’ largamente prevista

L’incontro tra Kim e Moon nasce da una strategia diplomatica “asimmetrica” con il copione scritto dai cinesi.
-Pechino mediatrice tra Pyongyang e Washington.
-A Nord vogliono aiuti economici e garanzie sulla sopravvivenza del regime.
-Sullo sfondo la questione dei dazi doganali

Corea ‘sorpresa’ prevista. Crisi coreana: abbracci, the e pasticcini. Una sorpresa? Macché, tutto secondo copione, come gli analisti più informati avevano pronosticato in tempi non sospetti. L’incontro, apparentemente cordiale, tra Moon e Kim, i due Presidenti di una penisola spaccata in due da settant’anni, ha avuto una regia saggia, lungimirante e molto interessata. Quella della Cina e di Xi Jinping, che ha dimostrato al mondo, e soprattutto a Trump, che oggi Pechino, grazie al fascino irresistibile del dio-dollaro, è diventata arbitra indiscussa delle relazioni internazionali.
Cominciamo dalla fine e rispieghiamo per sommi capi tutta la complessa rete di elementi che, grazie alla diplomazia “asimmetrica”, hanno portato a un risultato che lascia tutti felici e contenti. Per ora. I leader coreani sono stati molto bravi a interpretare una parte scritta da altri “masterplayers”. La Cina controlla, direttamente o indirettamente, ogni refolo di vento che spira nella penisola del Far-East a nord del 38º parallelo.

E questo fin dal 1953, da quando, cioè, venne firmato l’armistizio tra la Corea del Nord, il colosso asiatico e la coalizione guidata dagli Stati Uniti, che avevano scatenato una guerra in nome e per conto, da un lato, del comunismo internazionale e dall’altro della filosofia del “containment”. Cioè di quella strategia che puntava ad arginare l’espansione planetaria del marxismo.
Da allora, questo lembo dell’Estremo Oriente è il vero bubbone aperto in tutta la vasta area del Pacifico. Se vogliamo, anche il successivo e catastrofico conflitto vietnamita è stato figlio, in qualche modo, di questa crisi. Da allora la politica estera di Pyongyang è rimasta legata, a filo doppio, agli input che venivano da Pechino e soggetta agli interessi dettati dai mutevoli umori del Partito comunista cinese. Da Mao a Deng Xiaoping fino a Xi Jinping, la Corea del Nord ha sempre ubbidito senza fiatare agli ordini che partivano dal potente vicino.

Anche il programma nucleare dei Kim, nonno padre e figlio, che li ha portati alla realizzazione di bombe atomiche e di missili intercontinentali, è stato concepito ed attuato per “delega”, sotto il controllo dei cinesi, che hanno potuto esercitare un potere contrattuale non indifferente, senza trasgredire formalmente le regole della non proliferazione. Per quanto li riguarda personalmente, invece, i Kim, sviluppando un medievale regno del terrore, si sono garantiti la sopravvivenza. Prima la loro e poi quella del regime.
Quando il “Caro Leader”, Jong-Il, padre del giovane Jong-Un, ha compreso che per vincere nemici esterni e improbabili nemici interni, a cominciare dalle ricorrenti carestie, avrebbe potuto utilizzare la minaccia nucleare per continuare a campare, non ce n’è stato più per nessuno. Quella che abbiamo chiamato la “Dottrina delle scatolette”, prevedeva infatti un ricatto permanente e, in cambio, un flusso continuo di rifornimenti di materie prime, beni durevoli e beni di lusso, in arrivo dall’Occidente, via Seoul e Giappone.

Una filosofia “politica” di pura camorra: o paghi il pizzo o ti brucio la saracinesca. Un atteggiamento di pericoloso bullismo diplomatico, che è durato fino all’altro ieri, diretto dalla Cina a suo uso e consumo. Oggi che l’economia di Pechino detta i ritmi anche a quello che resta dell’America supercapitalistica, l’algoritmo si è capovolto.
Il rovinoso andamento della bilancia commerciale statunitense e i conseguenti debiti che sono lievitati come un panettone hanno costretto Trump a metterci una pezza. Che è stata peggio del buco. Abbiamo scritto nei mesi passati che la politica dei dazi doganali e del vetero-protezionismo, inventata dalla nuova Amministrazione repubblicana, non porta da nessuna parte. Anziché colpire l’Europa, il vero obiettivo dell’ex Palazzinaro insediatosi alla Casa Bianca è quello di frenare la corsa all’export negli Stati Uniti del colosso asiatico, passato in pochi anni dalla vendita di padelle e mutande alla saturazione del mercato con prodotti di ogni genere, fino a quelli durevoli di buona tecnologia e ad alto valore aggiunto.

La guerra commerciale che si è scatenata rischia di lasciare tutti con le terga per terra. Ragion per cui i cinesi hanno fatto una bella pensata, offrendo a Trump una medaglia al valore in campo internazionale, per fargli dimenticare in patria tutte le rogne e gli annessi e connessi: da un possibile impeachment dovuto al “Russia-gate”, al rovinoso pronostico relativo alle elezioni di “mezzo termine”. Ergo, l’incontro del nuovo Segretario di Stato Mike Pompeo con il giovane Kim (mossa necessaria per preparare il prossimo vertice con Trump), è stato studiato con la benedizione di Pechino.
In fondo, la Corea del Nord cerca solo materie prime, energia e garanzie per la sopravvivenza del regime. E questo gli Stati Uniti, Seul e Tokio glielo possono garantire. Ognuno per i propri interessi. E quando i viveri finiranno? Niente paura, Kim sparerà un altro missile e continuerà a fare shopping nei supermarket dell’Occidente. Mentre a Trump i pasticcini andranno di traverso.

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