venerdì 14 dicembre 2018

Quale politica estera aspettarci?

Quale politica estera aspettarci? si chiede Michele Marsonet, in attesa di sapere quale governo.
-Lega e M5S con posizioni divergenti rispetto a quelle di partiti più tradizionali come PD e Forza Italia.
-Salvini e Di Maio che danno spesso l’impressione di ragionare in termini pre-politici.
-“Cambiare la collocazione internazionale di un Paese a sovranità limitata come il nostro potrebbe risultare impossibile”, valuta il professore.

Se e quando e quale governo

Quale politica estera aspettarci? Tra i molti effetti – desiderati e non – che le recenti elezioni hanno prodotto, ve n’è uno che desta meno attenzione di quanto meriterebbe. Parlo dei possibili cambiamenti nella nostra politica estera, e spiego subito cosa intendo dire.
Già si sapeva che Lega e M5S hanno, per quanto riguarda la suddetta politica estera, posizioni divergenti rispetto a quelle di partiti più tradizionali come PD e Forza Italia. Nel periodo pre-elettorale Salvini aveva detto che una vittoria della Lega avrebbe condotto a mutamenti, anche radicali, nella gestione degli affari internazionali.
E pure i grillini, pur nella loro tradizionale ambiguità, non lesinavano critiche al governo, per esempio per quanto concerne i rapporti con la Russia di Putin e le sanzioni, la questione ucraina e la politica dell’immigrazione.

Dopo la vittoria Salvini ha mantenuto le posizioni addirittura accentuandole, mentre Di Maio, con una mossa che è parsa ai più un mero tatticismo per conquistare il potere, si è subito affrettato a ribadire la “fedeltà agli alleati” da parte del movimento che attualmente dirige.
Non è sfuggito agli osservatori il tentativo berlusconiano di frenare il leader della Lega. Berlusconi, in materia, è sicuramente più “scafato” dei due giovani vincitori. Memore del disastro libico, ha subito rammentato all’alleato impaziente che, su certi problemi, è meglio fare buon viso a cattivo gioco restando in silenzio. Invito rispedito al mittente da Salvini.

Quando si ha poca (o nulla) esperienza di politica estera, è possibile scordare che l’Italia fa parte di un sistema di alleanze tuttora imperniato sugli Stati Uniti, potenza forse meno dominante di un tempo ma, in ogni caso, sempre in grado di imporre il proprio punto di vista all’Europa e agli alleati occidentali in genere. Lo si è visto con le sanzioni anti-russe: tutti le criticano, ma nessuno osa dire “no” in modo netto.
Certo non è una questione di poco conto. Cambiare la collocazione internazionale di un Paese a sovranità limitata come il nostro potrebbe risultare impossibile. E, qualora si andasse avanti, causerebbe tensioni in grado di metterci in ginocchio in tempi piuttosto rapidi.

Può darsi che Di Maio e i pentastellati lo abbiano compreso, anche se non è chiaro fino a che punto gli americani si fidino dopo la loro subitanea “svolta atlantista”. Non pare invece lo abbia capito Salvini, che continua imperterrito a sostenere l’autonomia italiana su problemi che Washington (e Londra) considerano non soggetti a discussione.
Né si deve scordare che la politica estera ha sempre inciso in modo profondo sullo scenario politico italiano. L’anti-americanismo non ha certo giovato, in tempi recenti e non, a coloro che a vario titolo si sono contrapposti alle indicazioni Usa. Basti rammentare, per citare solo due esempi, i casi di Enrico Mattei e Aldo Moro.

Resta, a questo punto, da capire dove stiamo andando. Salvini e Di Maio danno spesso l’impressione di ragionare in termini pre-politici. L’inesperienza è, dal loro punto di vista, un fatto positivo. E come dar loro torto, visto che gli elettori li premiano con milioni e milioni di voti?
Credo che nessuno, in questo momento, invidi il Presidente Mattarella. Proprio lui, che di esperienza ne ha invece a iosa, si trova a dover gestire una situazione da incubo, nella quale i dilettanti, forti del sostegno popolare, la fanno da padroni.

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