venerdì 25 maggio 2018

Armenia: dove-cosa-perché accade

Armenia cambia pagina. Dopo 11 giorni di proteste, il primo ministro Serge Sargsyan ha gettato la spugna. Con un laconico comunicato, Sargsyan, che governava il paese dal 2008, ha annunciato le sue dimissioni.
-Caucaso strategico tra Turchia e gli Stati post Unione sovietica, autoritarismi e speranze deluse.
-Il ruolo della Russia.

Հայաստանի Հանրապետություն

Armenia, scritta in alfabeto e lingua armena. Repubblica di Armenia, Caucaso meridionale, capitale Erevan, con la Turchia ad ovest, e i frammenti statali post sovietici attorno: Georgia a nord, l’Azerbaigian e la repubblica de facto del Nagorno Karabakh ad est, l’Iran e l’exclave azera del Nakhchivan a sud. All’Armenia geografica e non soltanto, mancano due cose: il mare e il monte Ararat, quello dell’Arca di Noè, il simbolo nazionale che le guerre degli imperi cadenti del secolo scorso hanno fatto finire in Turchia.
Dalla Bibbia, ad oggi, primo paese cristianizzato dopo Cristo, all’altro ieri storico, terre e popoli contesi tra impero Ottomano e quello russo degli Zar. Il massacro turco nel corso della prima guerra mondiale, e poi l’Unione sovietica. L’Armenia dichiarò la sua indipendenza dall’URSS il 21 settembre 1991. Negli ultimi decenni il paese è stato impegnato in un lungo conflitto con l’Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabakh, enclave armena in territorio azero assegnata al governo di Baku da Stalin. Dal ’94 l’Armenia controlla l’intero Nagorno-Karabakh ma anche una porzione di territorio etnicamente azero. Partita aperta, con scontri armati che periodicamente si riaccendono.

Il despota Sargsyan

Dalla storia alla attualità. Dopo 11 giorni di proteste, il primo ministro Serge Sargsyan ed ex presidente al potere da 10 anni, ha gettato la spugna. Le proteste erano iniziate quando Sargsyan e il suo partito avevano deciso, con una mossa a sorpresa, di cambiare l’assetto costituzionale trasformando il sistema presidenziale in vigore fino ad aprile in sistema parlamentare guidato da un premier.
Sistema presidenziale per i due mandati di Serge Sargsyan Presidente. Poi, la svolta parlamentarista, per inventarsi Sargsyan Premier. Un po’ troppo per un paese schiacciato da anni di corruzione e malgoverno istituzionalizzati. Piazza mobilitata, protesta diffusa nel Paese, pacifica nonostante le centinaia di arresti.

La Chiesa della prima cristianità

Sabato la potente chiesa apostolica armena ha abbandonato la neutralità tenuta fino ad allora. Con molti sacerdoti che si sono mischiati ai dimostranti. Domenica, manifestazioni modello «rivoluzione di velluto», pacifica e quasi ordinata. Lunedì, in strada anche gli studenti delle superiori e delle università. Poi i cortei che attraversavano il centro venivano aperti da cordoni di soldati in divisa. Era la fine. Il ministero della difesa minacciava i soldati di «insubordinazione» , ma ormai anche la polizia fraternizzava con i manifestanti.
Il colpo di grazia è arrivato da Mosca, da sempre alleata di Sargsyan. Il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, dichiara che «la Russia non ha interferito e non intende interferire nelle vicende interne armene». Nessun sostegno al governo ma netta presa dei distanza, e dopo pochi minuti arrivano le dimissioni del premier e la liberazione degli oppositori. Quale sarà ora il futuro del piccolo paese caucasico è presto per dirlo.

L’Unione euroasiatica

Futuro politico incerto. Esce dal carcere Pashinian, avvocato, attivista dei diritti civili e da sempre oppositore del regime, che già dal 2015 aveva chiesto l’uscita del paese dall’Unione euroasiatica, una sorta di Ue a guida russa, e un avvicinamento all’Occidente. Tuttavia, nonostante il prestigio personale accumulato negli anni, il suo consenso elettorale è limitato ai ceti medi urbani. E la mobilitazione popolare non ha assunto il carattere «antirusso» delle «rivoluzioni arancioni» a spinta occidentale che hanno segnato ad esempio la vicina Georgia.
L’Armenia resta un paese tra i più poveri d’Europa e dipendente dai sussidi russi in materia energetica. «I Russi hanno capito la lezione ucraina del 2014», sostiene Yurii Colombo su Il Manifesto. Invece di sostenere un regime corrotto e impopolare come era successo con Yanukovich, il Cremlino non si è stracciato le vesti per salvare Sargsyan. Nel processo di transizione che si apre a Erevan, ora la Russia potrà giocare la sua partita.

 

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