domenica 21 ottobre 2018

Inno al papavero rosso sovversivo

Un’anticipazione estetica mi aveva portato in questa magnifica Valdorcia prima ancora di pensare di venirci a fare un giro. Una storia di papaveri, del 25 aprile, dello spirito rurale che ci anima.

“Della cura e dell’attesa. Vogliamo dipingere la città con i colori della natura e del tempo. Semi di papavero rosso diventeranno ali nelle mani dei pionieri della bellezza. Ali nel vento e semplice rugiada sui campi. Per attendere il gelo, la notte, la scelta che ogni singolo seme potrà e saprà fare per diventare cibo per gli uccelli di passaggio o radice di fiore destinato a vivere nell’incedere del tempo attraverso una tenacia che le stagioni insegnano. Restituire al vento il suo arbitrio. Uno, cento, mille papaveri che cresceranno dove vorranno, negli spazi verdi dimenticati. Sulle spallette delle strade inquinate, negli interstizi tra case e case, finti parchi, piazze cementate; lungo binari delle ferrovie e dentro le vecchie aiuole dismesse dall’incuria. Con la loro potenza di fiori veri e forti, rossi, lievi”.

Questo avevo scritto, elaborando un progetto narrativo e artistico, due anni fa. Avevo un sogno nel cassetto. Volevo che anche all’Isola, a Milano, vedessero i papaveri. Che come natura vuole, violassero le aiuole e il verde pubblico. Inondassero i finti campi di grano di Agnes Denes con la loro anarchia selvaggia e rossa, spiazzando ogni rendering recintato e plastificato, mettendo all’angolo l’idea leccatina sponsorizzata dalle fondazioni Catella e Trussardi. Sognavo un fiume di papaveri in crescita disordinata lungo le strade, nelle pieghe nascoste delle città, tra un tombino e un lembo di terra residuo. Immaginavo la potenza dell’esplosione rossa il giorno della Liberazione, intorno alla statua ferrea e abbandonata al centro di una rotatoria dedicata alla resistenza in piazza Segrino.

E poi che questi papaveri, segno di risveglio e di lotta, fossero cantati dai poeti e non dimenticati come un accidente della primavera. Un gesto sublime, un atto d’amore. Una rabbia di semi nelle nuvole e improvvisazione.

Così è stato. Un atto di ribellione e colori adatti sovversivi, l’anno passato ha dipinto il cemento. L’ironia del vento ha scelto, e ha sfidato l’ira dei giardinieri e il decoro degli amanti esterofili del paesaggio stucchevole. Dove il grigio s’intona alle biblioteche precise del verde nelle sue sfumature. Senza violazioni di campo. Senza dissenso.

“Non so dirti cosa fa l’Arte e come lo faccia, ma so che spesso ha giudicato i giudici, chiesto vendetta per gli innocenti e mostrato al futuro quel che il passato ha sofferto, così che non lo si è più dimenticato. So anche che quando l’arte fa questo, i potenti ne hanno paura. E che a volte una simile arte circola fra la gente come una leggenda, perché dà senso a quello che le brutalità della vita non sanno spiegare, un senso che ci unisce, perché è finalmente inseparabile dalla giustizia. L’arte, quando funziona così, diventa il punto d’incontro dell’invisibile, dell’irriducibile, del duraturo, del coraggio e dell’onore”. [Meraviglioso ascoltarla dalla voce di Isabella Bordoni.]

L’avevo promesso una notte in cui avevo visto cavalli, tra la strada e la campagna sul crinale più distante dal mio punto di osservazione. Maremmani, barbari di fatica e storia. Rientravano col loro scalpitìo in coppia. Era una visione, un’anticipazione estetica, un vuoto riempito di desiderio. Ho scritto: questi papaveri sono un dono.

Solo che la visione era altrove. Non era nelle pagine della scrittura, nei canti sfiniti dall’ansia, nelle notti di imbecilli rombanti e ciondolanti della movida, sicuri di avere in tasca la soluzione per ogni domanda della vita. Ho lasciato i papaveri al loro meraviglioso senso, mille semi che soffieranno un milione di volte. Li ho visti timidi e delicati mentre lasciavo io il campo urbano. Anarchico sorridente. Spinto da un vento di sovversione e furiosa poesia che non sapevo dove spirasse. Da quale parte originasse. Dove fossero i cavalli della visione. Due leggeri, sonori. Dimenticati

Ora sono qui. E non ho paura. Afferro il senso di quel dimenticato sonoro che continua a essere l’esistenza. Anche se non lo sa, la gente ha bisogno del punto d’incontro dell’invisibile, dell’irriducibile, del duraturo, del coraggio e dell’onore… Ha bisogno di poesia come pane. Commuovente questa immagine coniata da Simone Weil: bisogno di poesia come pane. E poi citando un discorso di Ingeborg Bachmann: “Un pane che dovrebbe stridere tra i denti come sabbia e risvegliare la fame piuttosto che placarla, una poesia che dovrà essere affilata di conoscenza e amara di nostalgia se vorrà scuotere l’uomo dal suo sonno. Dormiamo, infatti, dormiamo per paura di dover percepire il mondo intorno a noi”.

Guardo la Valdorcia e vedo il passare delle stagioni, il dipinto del paesaggio e la grandezza degli uomini e delle donne che lo lavorano. Con umiltà e sapienza. Aspetto i papaveri rossi. E sento nell’aria questo bisogno di poesia e di arte, legittima e semplice. Perché scorre nelle nostre vene, questa necessità. Ed è fonte di sovversione proprio quando il richiamo del tempo volge all’obbedienza. Tra poco è il 25 aprile.

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