giovedì 18 luglio 2019

Malta, piccola isola, grandi pretese, poca credibilità
Daphne Caruana Galizia

Daphne Caruana Galizia, giornalista d’inchiesta maltese, uccisa con un’autobomba il 16 ottobre 2017.
-Negli ultimi mesi 45 giornalisti di 18 testate internazionali, in Italia Repubblica, hanno lavorato insieme per terminare il suo lavoro di indagine sulle mafie e la corruzione.
-Spezzoni resi disponibili a tutti di ‘The Daphne Project’ per far scoprire le inchieste che qualcuno voleva nascondere.

Criminalità comune utile alla politica corrotta

Daphne Caruana Galizia. Sei mesi dopo l’autobomba del 16 ottobre 2017 a Bidnija, la Polizia maltese è convinta della prima e unica pista imboccata seguita sino ad oggi, quella politicamente neutra della criminalità locale, di cui la giornalista si era occupata solo marginalmente.
L’inchiesta del “Daphne Project”, coordinata dal consorzio di 18 testate internazionali “Forbidden Stories”, documenta ben altre circostanze.
Tre particolarmente significative. Che indicano come l’omicidio, o quantomeno il suo contesto, si collochi in una zona di confine dove la Politica e la mano del crimine organizzato si sfiorano e si confondono.

  • Due diversi testimoni, rintracciati e intervistati dai giornalisti del Consorzio, riferiscono di aver visto il Ministro dell’Economia maltese, l’avvocato Chris Cardona, chiacchierare in un bar dell’isola, il Ferdinand’s di Siggiewi, con i fratelli George e Alfred Degiorgio, due dei tre presunti esecutori dell’omicidio.
  • I tre uomini accusati di essere gli esecutori materiali dell’omicidio (i fratelli Degiorgio e Vincent Muscat) furono avvisati da una talpa del loro imminente arresto, avvenuto il 4 dicembre 2017 a Marsa. Circostanza, quest’ultima, documentata durante il loro interrogatorio di polizia il 5 dicembre 2017.
  • L’utenza telefonica cellulare di George Degiorgio, l’uomo che, alle 14.58 del 16 ottobre 2017, inviò l’sms che trasformò in una palla di fuoco la Peugeout 108 su cui viaggiava Daphne, era intercettata per altre ragioni dall’Intelligence maltese da diverse settimane prima dell’attentato. Ma questo non impedì l’autobomba.

Malta, l’isola dell’impunità

Versante italiano delle inchieste, Carlo Bonini e Giuliano Foschini, su chi vuole insabbiare la verità su Daphne. «L’indagine sui mandanti della giornalista uccisa è ferma, il governo vuole arrestare la sua fonte. Sei mesi dopo, il delitto Caruana Galizia è diventato un caso europeo».
In cima alla antica Rocca, raccontano gli inviati, da settimane ‘mani zelanti rimuovono di notte ciò che mani generose ricostruiscono di giorno’, l’ultima traccia ancora tangibile dell’esistenza di Daphne. Foto in bianco e nero, in un letto di fiori e candele.

Il nome della giornalista che aveva messo a nudo il Potere politico e finanziario dell’isola, la sua corruzione, che qualcuno cerca di far diventare onta nazionale: colpevoli del disonore non i due lati della corruzione, ma chi la svela, la denuncia. Daphne come una ‘strega’ da bruciare, trascinata 46 volte in tribunale per diffamazione, conti in banca congelati per demolire l’ostinata denuncia. Tanto attivismo giudiziario, ma a senso unico sembrebbe da racconto di Bonini e Foschini. Domanda chiave senza risposte, chi ha ordinato la morte di Daphne? Quali fili non dovevano più toccare le sue inchieste?
E come è stato possibile che in un Paese dell’Unione Europea una giornalista sia stata ridotta al silenzio con un’autobomba?

Vergogna politica per ‘Valetta 2018’

Jason Micallef, presidente della Fondazione “Valletta 2018” responsabile per celebrazioni ed eventi decisi dal governo di Joseph Muscat, il Grande Accusato da Daphne e suo Grande Accusatore. «Mi opporrò -aveva scritto Micallef- a qualunque iniziativa voglia trasformare il Grand Siege Monument in un memoriale permanente di Daphne Caruana Galizia. Come Paese sovrano, non possiamo accettare lo svilimento di un monumento storico che celebra una delle più grandi vittorie di sempre di Malta».
La risposta di Corinne Vella, una delle sorelle di Daphne. «Micallef, che spende centinaia di migliaia di euro dei contribuenti in vanitosi progetti che ingombrano le pubbliche piazze, ha obiezioni su dei fiori deposti in memoria di una donna che da viva lo aveva chiamato a rispondere della corruzione dei suoi padrini al Governo. Confonde la democrazia in azione con il rumore delle posticce parate da Corea del Nord».

La Castilla, l’Europa, l’Fbi

Malta distratta, l’Europa un po’ meno. Due diverse commissioni di inchiesta del Parlamento europeo hanno denunciato i buchi e le inefficienze della legislazione antiriciclaggio maltese. La pericolosità di un programma di vendita dei passaporti e dunque della cittadinanza maltese a chiunque possa sborsare 650mila euro. La mancanza di indipendenza del potere giudiziario dall’esecutivo. Cose più vicine alla costa libica che a quella continentale europea.

Il consiglio di Europa, ha dubitato dell’indipendenza dell’inchiesta sui mandanti dell’assassinio e considera la possibilità di inviare sull’isola un osservatore indipendente che verifichi la correttezza. Come in un paese del terzo mondo.

Tre: la Banca Centrale europea ha avviato un’inchiesta sulla Pilatus Bank, snodo, secondo Daphne, della corruzione e del riciclaggio di denaro sull’isola e su cui sarebbe transitato un milione di dollari a beneficio di Michelle Muscat, moglie del premier. Prezzo -secondo quanto ricostruito da Daphne- di relazioni opache tra il governo de La Valletta e il regime azero.
A fine marzo, l’Fbi ha arrestato per riciclaggio (115 milioni di dollari) e frode bancaria il proprietario della Pilatus Bank, l’iraniano Ali Sadr Hasheminejad.

Il premier maltese con somiglianze italiane

Muscat, il volto dell’innocenza

Joseph Muscat sempre e solo vittima di menzogne. La storia della Pilatus «è una grande menzogna». Menzogne le accuse contro programma di vendita dei passaporti e di lassismo nei controlli antiriciclaggio. Non la pensa così Eva Joly. Parlamentare europea francese, già pm del “affaire Elf”, l’inchiesta giudiziaria che, negli anni ‘90, svelò per la prima volta la rete globale di corruzione che teneva e tiene insieme i paradisi off-shore, oggi a Bruxelles vicepresidente della Commissione di inchiesta sul caso “Panama Papers”.
«A Malta regna l’impunità: per il riciclaggio, per la vendita dei passaporti. E questo in un Paese dove la magistratura e le forze di polizia non sono indipendenti. Malta è diventata la porta d’Europa per il denaro sporco e il crimine organizzato».

Potrebbe piacerti anche