mercoledì 19 settembre 2018

Lula in galera, ‘Mani pulite export’ versione brasiliana

Solo indizi, non una prova per la condanna dell’ex presidente, la contestazione di molti giuristi.
– Il suo giudice, che dice di ispirarsi a Mani pulite ed è già eroe popolare..
– Con Lula non candidabile, resta per ora senza sfidante di peso Jair Bolsonaro, ex militare di estrema destra, secondo nei sondaggi

Lula in galera, Mani pulite export

Lula in galera in attesa della decisione del Tribunale supremo sulla legittimità di una detenzione prima del terzo grado del processo, l’equivalente della nostra Cassazione. La sola possibilità per l’ex capo del governo brasiliano di uscire di cella ed entrare da libero nella campagna elettorale per le presidenziali di ottobre. Eventuale forzatura costituzionale da parte di chi vuole liberarsi di un leader politico avversario, o c’è dell’altro?
Una attenta ricostruzione dello strano percorso giudiziario che ha portato in carcere il popolare leader della sinistra brasiliana, sull’insospettabile ‘Il Foglio‘, a firma di Angela Nocioni. Come è finito in galera, con una condanna a dodici anni e un mese per corruzione passiva e riciclaggio, il candidato favorito al primo turno di un paese messo sottosopra da megainchieste sulla corruzione. ‘Mani pulite export’ interpretate come?

‘Può piacere o non piacere il Partito dei lavoratori fondato da Lula, al governo nel 2003, la prima volta della sinistra alla guida del Brasile’, considera Il Foglio, ma è innegabile che la non candidabilità di Lula lasci senza sfidante il secondo favorito nei sondaggi, a 20 punti di distanza, Jair Bolsonaro, ex militare di estrema destra. E consegni l’elettorato di sinistra a Marina Silva, la madonnina ecologista che non crede alle teorie darwiniane, predica il creazionismo ed è diventata l’icona dell’antipolitica locale. Forse non stupisce il Brasile ma un po’ di inquietudine la crea, il fatto che il capo dell’esercito Villa Lobos, alla vigilia del pronunciamento del Tribunale supremo federale su Lula, si sia messo a twittare frenetico, rivolgendosi pomposamente alla nazione, per chiedere “la fine dell’impunità”. I suoi tweet sono stati letti con tono solenne nel principale tg della sera.

Lo strano percorso giudiziario

Il 12 luglio del 2017 il giudice federale Sergio Moro ha condannato Luiz Lula da Silva a nove anni e mezzo di prigione, aumentati a dodici in appello nel gennaio scorso. Lula colpevole di aver ricevuto come tangente dalla impresa edile Oas un attico con superattico a San Paolo, in cambio di appalti in contratti pubblici. La sentenza non ha precisato né quale affare della Oas sarebbe stato facilitato da Lula, né in quale momento. L’ex presidente non era più nemmeno al governo per la gran parte del periodo considerato, ma lo era Dilma Rousseff, sua erede politica.
Lula è così stato condannato per una tangente di un milione e duecentomila dollari, valore stimato dell’appartamento. Che non risulta essere di sua proprietà. Non esiste un contratto di acquisto, l’appartamento non è stato mai abitato né da lui né dalla sua famiglia, che non risulta averne mai posseduto le chiavi.

Una vicenda decisamente torbida sotto diversi punti di vista. Forzature giuridiche, denunciano molti professori di diritto, accusatori sospetti e l’oggetto stesso della corruzione, decisamente poco credibile. «Un posto che sembra Ladispoli, pieno come un uovo in qualsiasi momento dell’anno, con un mare orrendo, all’ultimo piano di un condominio stretto tra edifici costruiti quarant’anni fa, con sotto casa un negozietto di dolciumi a due soldi e una rivendita di souvenir», scrive l’autrice su Il Foglio. Tifoseria? Possibile, ma in tutta questa vicenda, in mancanza di prove autentiche, anche i dettagli contano.
La versione politica che privilegia il quotidiano fondato da Giuliano Ferrara è di contestazione alle Mani pulite italiane per effetto riflesso. Sergio Moro, il Di Pietro brasiliano a cui si attribuisce il privilegio degli indizi nella impossibile ricerca di prove per la corruzione, e premi ai ‘pentiti’.

Contratto imputato magistrati

La legge brasiliana prevede un vero e proprio contratto tra imputato e magistrati, in cui il primo si impegna a collaborare facendo nomi e cognomi di terze persone indicate da lui come colpevoli e riceve in cambio uno sconto di pena. Uso spregiudicato della delazione premiata, è l’accusa di molti giuristi. Ciò nonostante, Sergio Moro, quarantasei anni, è da tempo un eroe popolare in Brasile, con ultras con t-shirt con la sua faccia davanti al Tribunale federale di Curitiba dove lavora. Pochi a dar peso alle denunce di violazione delle garanzie del processo.
L’opinione pubblica è ormai convinta che per stanare i responsabili di un sistema di tangenti non si possa andare per il sottile. Chi denuncia la violazione del diritto alla difesa passa per un pericoloso agente dei ladri. Un po’ più difficile per la magistratura spiegare l’accelerazione assolutamente eccezionale del percorso giudiziario, e il suo ‘timing elettorale’ impressionante.

Determinante il ruolo della Corte suprema in questa fase della Mani pulite brasiliana. “Sono 78 i legislatori e i ministri accusati di corruzione e non ancora processati. La Corte suprema è il porto finale di tutte le inchieste per corruzione. Gli undici giudici che la compongono hanno un potere personale enorme. Molto più grande di quello di qualsiasi politico. I membri del Supremo sono personaggi straconosciuti, star popolari, perché le loro sessioni di discussione sono pubbliche e trasmesse in tv. A volte il dibattito tra giudici offre grande spettacolo”.
“Sei una persona orribile, un misto di malvagità e arretratezza con tocchi psicopatici”, ha detto il mese scorso il giudice Luis Roberto Barroso al giudice Gilmar Mendes. “Sua Eccellenza Barroso dovrebbe chiudere il suo studio legale”, ha replicato Mendes. Quasi meglio della telenovela delle otto, commenta la reporter dal Brasile.

Potere enorme, mandato impossibile

La Corte suprema brasiliana è contemporaneamente un tribunale costituzionale che interpreta le questioni del diritto, una corte d’appello per casi con questioni costituzionali e un tribunale penale per i politici che godono dell’immunità nelle corti comuni. Uno studio del 2013 ha rilevato che dei 1,3 milioni di casi ascoltati nei precedenti 22 anni, l’87 per cento è stato deciso da un giudice monocratico. Quali garanzie esistono contro l’arbitrarietà di questi giudizi? Nessuna. L’agenzia Bloomberg raccontava nei giorni scorsi la vicenda di un detenuto per corruzione in attesa di processo. Decideva su di lui il giudice Mendes, che ha rifiutato di rinunciare al caso nonostante lui e sua moglie siano stati ospiti d’onore al matrimonio della figlia del magnate degli autobus perché lo sposo era il nipote della moglie del giudice. E nessuno si è potuto opporre al suo rifiuto di farsi da parte.

Cosa succede ora a Lula? Tutte le sue speranze sono oggi nell’accertamento di costituzionalità della sentenza di due anni fa che consente la detenzione dopo la condanna in appello. Lula l’ottimista ci spera.

«Se mi arrestano divento un eroe, se mi uccidono mi trasformo in un martire e se mi fanno uscire torno a essere eletto presidente».

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