lunedì 23 aprile 2018

‘Fuoco di legna, anime in cielo’, Faber e i suoi ‘cattivi maestri’

Un viaggio che parte da Omero e arriva a Saramago, passando per Caproni, Gramsci, Tenco, Pavese, Fernanda Pivano, la Beat Generation, Pasolini, Marcuse, la Scuola di Francoforte, Mutis, Céline… che di De André tutti furono “cattivi maestri”, e la traccia di ciascuno viene letta, indagata, scovata quando a noi profani nascosta, nei testi del cantautore.
– Franca Canero Medici, che è docente di storia e filosofia in un liceo romano e al cantautore genovese ha già dedicato altri saggi, e Francesca de Carolis, lettrice ma non soltanto.
– Con la voglia di ritrovarli tutti, “questi artisti e i tremendi maestri, che pure hanno affollato le nostre letture inquiete di gioventù”.

Primavera non bussa lei entra sicura, come il fumo lei penetra in ogni fessura… ha le labbra di carne e i capelli di grano… che paura che voglia che ti prenda per mano,… che paura che voglia che ti porti lontano...”


Ancora De André. Il motivo di questi versi riaffiora, affacciandomi su un giorno di primavera finalmente esplosa, appena finito di leggere “Fuoco di legna, anime in cielo – Fabrizio de André e i suoi cattivi maestri”, di Franca Canero Medici (libro edito da Zona music books), e con la suggestione irruenta della primavera cantata da “Un chimico” mi viene urgente iniziare a parlarne.
Il caso… ma forse caso non è… con gli stessi versi, lo stesso giorno, saluta la primavera Dario, (Dario Stefano Dell’Aquila che conosco autore che indaga sui temi della vulnerabilità, della libertà, del potere psichiatrico). E non solo lui… Altri luoghi, altre generazioni, stesso sentire inquieto, stessa emozione, a cui ancora De André regala parole. E mi chiedo quanto è lunga, quanto affollata la “cattiva strada” lungo la quale la potenza della sua poesia in tanti ci conduce e ci fa incontrare…
Strada affollatissima, che sempre riserva sorprese, come l’incontro con “Fuoco di legna, anime in cielo”, e con la sua autrice, che deve averlo amato davvero tanto, De André, se ha saputo dedicargli pagine di tanto fascino.

Perché Franca Canero Medici, che è docente di storia e filosofia in un liceo romano e al cantautore genovese ha già dedicato altri saggi, qui ci conduce in un viaggio che parte da Omero e arriva a Saramago, passando per Caproni, Gramsci, Tenco, Pavese, Fernanda Pivano, la Beat Generation, Pasolini, Marcuse, la Scuola di Francoforte, Mutis, Céline… che di De André tutti furono “cattivi maestri”, e la traccia di ciascuno viene letta, indagata, scovata quando a noi profani nascosta, nei testi del cantautore.
Immaginate che diletto, per chi di De André e delle letture di questi cattivissimi maestri nel tempo si è nutrito… Ma è anche un bell’invito per chi su questa cattiva strada si è appena avviato o è sempre in tempo ad avviarsi…

Una lettura non sempre semplice, ma ben venga. Ci sono pedaggi che vale la pena di pagare…
Il linguaggio del racconto è colto, a volte forse difficile, ma non spaventatevi. Basta non fare resistenza, e lasciarsi catturare dalla trappola che Franca Canero tende all’inizio del libro: il richiamo all’anamorfosi di San Francesco da Paola di Emmanuel Maignan, che si trova a Roma nel convento di Trinità dei Monti.
Anamorfosi (non lo sapevo, sono andata a cercare…), è un tipo di rappresentazione pittorica realizzata secondo una deformazione prospettica che ne consente visioni diverse spostando il punto di vista. Nel dipinto di Maignan, visto di fronte, la piccola figura di San Francesco da Paola osserva il miracolo dell’attraversamento delle acque insieme a un confratello, ma cambiando prospettiva si trasforma, in un curvare di linee, nella figura enorme del santo in preghiera sotto un ulivo. Vedere per credere…

Che c’entra con De André? C’entra che, scrive Franca Canero, “mi è subito parso che questa immagine potesse richiamare alla memoria, in una profonda analogia metaforica, lo sguardo obliquo della poesia di Fabrizio De André, che capovolge la disperazione degli spiriti solitari, che viaggiano tra il ‘vomito dei respinti’, in un coro di anime salve”. Definizione più bella della poesia di De André non ho finora incontrato.
E scatta la trappola… così che non rimane che lasciarsi trascinare dalla segreta corrente della poesia che tutta questa narrazione percorre. Di scintilla in scintilla. Perché dalla scintilla che si produce ogni volta che De André incontra ciascuno dei suoi cattivi maestri, il suo Gramsci, il suo Pasolini, Marcuse… sembrano nascere fiumi di fuoco.
Ed è pure capitato che ciascuno, maestro e discepolo, qualcosa abbia ricevuto dall’altro. Così leggiamo che…
– “Che bella morte quando baciando il cuore rimane sulle labbra”, continuava a pensare Fernanda Pivano, mentre ascoltava la voce di Fabrizio De André, e senz’altro deve esserle parsa ancora più bella di quella di Francis Turner descritta da Lee Master. Dev’essere un modo per non morire…
O che…
– “Questa canzone la dedico a un amico, che si chiamava Luigi”, aveva detto De André al termine della sua interpretazione di “Preghiera in gennaio”, otto anni dopo la morte di Luigi Tenco, (…) amico di lunghe serate tra musica e silenzi, e con lui “aveva consumato più volte la luce delle stelle”.

A tante altre scintille e ai mille fuochi che ne sono nati vorrei ancora accennare, ma spero andrete a leggere. Spero, soprattutto, che riusciate a coglierne spunti che possano aiutare in questo difficile, soffocante, disagiato presente.
A questo proposito… fra le tante, ho segnato questa frase di De André: “Gli artisti sono dei disagiati, che hanno la fortuna di riuscire a trasformare il disagio in qualcosa di bello e di utile. Questo qualcosa diventa a sua volta disagio per il potere e antidoto che la società si crea contro il potere”. E dio sa quanto il disagio, e di quanto antidoto ci sia bisogno…
Leggendo “Fuoco di legna, anime in cielo”, di capitolo in capitolo, viene voglia di ritrovarli tutti, questi artisti e i tremendi maestri, che pure hanno affollato le nostre letture inquiete di gioventù. Viene voglia di andare a rileggerli, e ricordare (semmai ce ne fossimo dimenticati) quanta vita, quanta verità e quanta bellezza nei canti innalzati “non al denaro, non all’amore, né al cielo”, se cantare, come diceva De André, “credo sia l’ultimo grido di libertà”…

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