domenica 21 ottobre 2018

Russia, in Siria trappola britannica: chi spinge chi frena chi ci guadagna

Il Cremlino accusa i Servizi segreti britannici di avere organizzato il trappolone di Douma per provocare una crisi internazionale e mettere Putin all’angolo.
– Intanto Trump, un po’ a sorpresa, prende tempo, su suggerimento del Pentagono.
– Forse non è tanto convinto neppure lui.
– Interessi strategici israeliani mentre sale il petrolio saudita

Era prevedibile: nel caravanserraglio della gravissima crisi internazionale apertasi dopo il presunto attacco chimico di Douma, salgono e scendono tutti, con grande disinvoltura. Adesso tocca ai russi partire al contrattacco, martellando come fabbri ferrai sul lato debole della già caotica strategia occidentale. Dove sono le prove contro Assad? E come se non bastasse questa domanda, che per la verità si fanno in mezzo mondo, a Mosca aggiungono altri sospetti a quelli che già si tagliano col coltello. Ieri, durante un briefing, il Ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha detto che, “con evidenza lampante”, quello di Douma è un vero e proprio trappolone, organizzato a tavolino da un Paese occidentale che sta conducendo una campagna russofoba e che ora è in prima linea nella coalizione anti-Assad (e anti-Putin).

La potenza che semina zizzania non è direttamente citata, ma gli analisti, in cotanta cortina di nebbia calata sulle relazioni est-ovest, pensano che si parli di… fumo di Londra. Indizio che diventa prova grazie al portavoce del Ministero della Difesa di Mosca, Igor Konashenkov, il quale accusa esplicitamente i Servizi segreti inglesi di avere organizzato la “provocazione” di Douma. Che, detto per inciso, avrebbe fatto, secondo la BBC, una quarantina di morti e non 500 (dato corretto poi a 100) come denunciato da qualche organizzazione umanitaria che opera in Siria. Per l’esattezza i russi, prodighi di particolari, rivelano un’altra “anomalia”, per usare un eufemismo. Gli “Elmetti Bianchi”, il gruppo di volontari che per primo ha diffuso, urbi et orbi, la notizia del presunto attacco coi gas, sarebbe solo una copertura per gli 007 di Londra in Siria.

Insomma, aggiungono al Cremlino, il “piattino” era pronto da tempo e farebbe parte di un vero e proprio progetto di “diffamazione”, studiato a tavolino, che comprende anche il caso Skripal, l’ex spia russa avvelenata con un “nervino”, secondo gli inglesi su ordine di Putin. Come ribadito dall’ambasciatore nel Regno Unito, Alexander Yakovenko. Il che non significa che Assad non sia un padre-padrone sanguinario e che non abbia usato i gas in passato. No, la domanda vera da farsi è un’altra. Cui prodest tutto questo polverone proprio ora? Certo, fa specie e dà molto da pensare che si stia rischiando una guerra generalizzata perché qualcuno, dopo i 500 mila morti contabilizzati nel mattatoio siriano, si sia svegliato all’improvviso e abbia scoperto di avere una coscienza. Perdere la vita per una bomba al cloro è terribile. Su questo alzi la mano chi la pensa diversamente. Ma essere squartati da una bomba da mortaio o bruciati da spezzoni incendiari è forse più glorioso e accettabile?

Qualcuno gioca sporco. Forse tutti, per carità. Ma segnare sulla lavagna con una linea divisoria i “buoni” e i “cattivi”, come faceva il capoclasse, è veramente da ingenui. Se non peggio. Assad è il rais siriano, per ora. I russi forse se lo sono già venduto negli accordi sottobanco con Trump. Non ha più bisogno di conquistare piccole o medie sacche di resistenza, ormai destinate a cadere inesorabilmente da sole. E poi non farebbe mai una mossa azzardata alle spalle di Putin, che gliela farebbe pagare con gli interessi. No, i russi non avrebbero mai avallato una scelta così sciocca, un vero boomerang. Resta l’unica residua possibilità di una falla nella catena di comando siriana. Qualche ufficiale ligio e ottuso, “più realista del re”, che potrebbe aver ordinato il lancio di granate chimiche. Possibile.

Ma allora, basta solo questo a giustificare una crisi che ricorda la peggiore guerra fredda? Certamente no. E allora, a chi conviene gettare benzina sul fuoco? Vediamo. L’ex generale Mattis, il capo del Pentagono (fino a quando dura) è l’unico in grado di far ragionare Donald Trump, che sembra sempre più indeciso sul da farsi, e gli altri “falchi” di cui si è circondato, come Mike Pompeo al Dipartimento di Stato e John Bolton al Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Il Ministro della Difesa Usa ha consigliato al Presidente di frenare. E di aspettare. Una delegazione dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (Opcw) dovrebbe arrivare presto a Douma per indagare e rilevare la presenza di sostanze venefiche. Anche se poi diventa difficile stabilire chi le abbia effettivamente usate, perché anche i ribelli islamici, in passato, hanno avuto accesso ai depositi di gas asfissianti del regime.

Prendere tempo, per il Pentagono, significa dare la possibilità ai soldati di Mosca di rischierarsi lontano dai siti scelti per il bombardamento dei missili Usa. Un modo per evitare complicazioni e salvare la faccia. E comunque, confrontarsi con i russi per togliersi dai piedi gli iraniani, facendo un favore a israeliani, sauditi e sceicchi assortiti del Golfo, non è uno scherzo. Perché, sia chiaro, è questo uno dei veri motivi della crisi di Douma. Il dopo-Siria, infatti, agita i sonni di parecchi leader. Netanyahu non vuole che Hezbollah e le Guardie Rivoluzionarie di Teheran si piazzino intorno al Golan in pianta stabile. E l’Arabia Saudita, campione dei sunnitismo più ortodosso, teme che gli ayatollah (sciiti), facciano del Golfo Persico un “mare nostrum” e del Medio Oriente una specie di retrobottega dove dettare legge. Specie nel campo delle reti energetiche.

Una bella crisi, poi, serve a far lievitare il prezzo del petrolio. Cosa che delizia sia la caterva di emiri che con l’oro nero spendono e spandono, che molti “tycoons”, legati mani e piedi al conservatorismo americano più becero. Quello fatto di dollari, armi a go-go e sacrosanti principi “wasp” (white, anglo-saxon and protestant). Insomma, l’avrete capito, la lite è sempre per la coperta, e i poveri morti di Douma c’entrano come i cavoli a merenda, in codesto pantano di interessi contrastanti. Alcuni Paesi occidentali, che predicano virtù, come Francia e Regno Unito, per motivi diversi, sembrano più allupati degli altri. Forse perché rimpiangono i perduti imperi, quando segnavano i confini coloniali di milioni di “sudditi” con lapis e squadretta.

Gli Stati Uniti attuali, invece, hanno un deficit di rappresentanza e di intelligenze, e vivono una sorta di “complesso di castrazione diplomatica”. Trump non gode di grande prestigio all’estero. E manco in patria, a leggere i sondaggi di RealClearPolitics che suonano come ceffoni. Poi c’è anche il salto a ostacoli delle elezioni di “mezzo termine”; un esame difficile da superare, che se fallito, potrebbe ridisegnare la mappa politica del Congresso, dando nuovo slancio ai Democratici. Ergo: qualcuno ha suggerito all’ex Palazzinaro di cercare trionfi in Siria, magari contro Putin, per tenere buona la Commissione Mueller e mettere nel freezer il Russiagate, evitando un sempre possibile impeachment. Last but not least spuntano la Cina e l’Europa. La prima pensa solo a fare soldi e a ramazzare tutto l’export possibile. Dalle mutande all’elettronica di ultima generazione.
La seconda, invece, si conferma un gigante di cartone, dove ognuno esprime “solidarietà” agli altri soci (a chiacchiere) per poi calarsi la maschera e fare i cavoli propri.

La Siria? Un campo neutro dove ognuno gioca la sua partita, col paravento dei buoni propositi. Ma anche un termometro per misurare avidità e cinismo di tutti. Nessuno escluso.

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