lunedì 23 luglio 2018

‘Casus belli’, scuse e inganni per guerre già decise

Il latino utile dei romani che ragioni per le loro guerre le trovavano sempre. Casus belli, motivo della guerra.
– Motivazione ufficiale, che non coincide mai con gli interessi economici, politici e strategici alla base di un conflitto.
– Dal ratto di Elena ai missili di Trump-May-Macron lanciati questa notte contro bersagli improbabili in Siria.
– Giovanni Punzo e la storia di tre storici inganni di guerra.

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‘Casus belli’, scuse e inganni per guerre già decise. L’espressione ‘casus belli’ indica il motivo o l’episodio che provoca una guerra e gli esempi sono infiniti, disseminati in secoli di storia e più o meno noti o ricordati. In talune occasioni però non si è trattato di semplici incidenti, di situazioni rischiose sfuggite di mano, ma di casi di vero e proprio inganno ordito per mascherare la volontà di attaccare per primi assumendo al contrario l’immagine degli aggrediti. Dal processo di Norimberga a quello di Tokyo o dopo la destalinizzazione in Russia, alcuni clamorosi episodi si sono tuttavia chiariti, anche se non sempre si può dire di conoscere tutta la verità.

Gliwice, Polonia

'Casus belli', scuse e inganni per guerre già decise

La sera del 31 agosto 1939 la trasmissione dei programmi dalla stazione radio tedesca di Gleiwitz in Alta Slesia (oggi Gliwice in Polonia) fu bruscamente interrotta: una voce strana lesse un comunicato in un tedesco dal forte accento slavo annunciando che la stazione radio era in mani polacche. Dopo pochi minuti un fruscio metallico indistinto sostituì i suoni e le trasmissioni cessarono. Era accaduto che poco prima delle ore venti, un gruppo di uomini in abiti civili avesse fatto irruzione nella stazione, legato e imbavagliato sotto la minaccia delle armi gli operatori della radio e avesse poi diffuso il proclama in questione. Nel corso dell’incursione furono sparati anche numerosi colpi di arma da fuoco e le forze di polizia tedesche accorse sul posto rinvennero una decina di corpi di guardie di frontiera polacche. La mattina successiva dal Reichstag Adolf Hitler dichiarò che la Germania era stata aggredita ‘a tradimento’ dalla Polonia e che dalle 05.45 si stava rispondendo al fuoco «colpo su colpo, bomba su bomba». Solo al processo di Norimberga sette anni dopo si seppe che l’incidente era stato organizzato dagli stessi tedeschi: falso l’attacco, falsi i soldati polacchi coinvolti e falso il proclama diffuso. Solo i morti erano autentici: le SS avevano infatti prelevato da un campo di concentramento dei prigionieri con marcate caratteristiche fisiche slave e li avevano uccisi dopo aver fatto loro indossare uniformi polacche.

Mainila, Carelia

'Casus belli', scuse e inganni per guerre già decise

Nello stesso 1939 un villaggio in territorio russo ai confini con la Finlandia fu teatro di un episodio analogo con le stesse conseguenze: il 26 novembre nei pressi di Mainila in Carelia, la regione boscosa a nord di Leningrado sul versante baltico, caddero sette od otto granate di artiglieria pesante. Anche secondo gli osservatori finlandesi esse esplosero in territorio sovietico, ma – nonostante la richiesta finlandese di una commissione internazionale d’inchiesta – non fu possibile accertare altro in quanto i sovietici opposero un netto rifiuto e il giorno 30, dopo la rottura delle relazioni diplomatiche, attaccarono la Finlandia. Era così cominciata la ‘guerra d’inverno’ tra i due paesi che si sarebbe protratta con alterne vicende fino al 1944. Il comandante dell’artiglieria finlandese del settore negò in varie occasioni che fossero stati cannoni al suo comando ad aprire il fuoco e la sua versione fu confermata ai più alti livelli. Da parte russa negli anni Sessanta Nikita Kruscev ammise che, d’intesa con il maresciallo Grigori Kulik al tempo comandante del distretto militare di Leningrado e uomo di fiducia di Stalin, era stato organizzato un incidente di frontiera per ‘intimidire’ i finlandesi; solo Boris Yeltsin negli anni Novanta riconobbe apertamente l’attacco alla Finlandia come ‘guerra di aggressione’, ammettendo implicitamente però che la vicenda di Mainila non era stata un semplice incidente di frontiera.

Mukden, Cina

'Casus belli', scuse e inganni per guerre già decise

Un terzo caso avvenne all’inizio degli anni Trenta in Cina e precisamente a Mukden (oggi Shenyang) dove, il 18 settembre 1931, l’esplosione di una carica collocata lungo i binari della ferrovia tra Harbin e Port Arthur la interruppe. Seguì un’inferocita reazione giapponese contro i cinesi accusati di essere gli autori dell’attentato, ma In realtà a piazzare l’esplosivo era stato un alto ufficiale giapponese: senza attendere indicazioni da Tokyo, le forze giapponesi occuparono rapidamente la città e ne scacciarono i cinesi, ma soprattutto cominciò l’occupazione della Manciuria. Nella primavera del 1932 fu costituito dai giapponesi lo stato fantoccio del Manciukuo e nonostante le proteste internazionali – tra cui la condanna dell’aggressione da parte della Società delle Nazioni – il Giappone continuò ad occupare questa parte della Cina fino al 1945. Durante il processo di Tokyo per i crimini di guerra giapponesi fu processato e condannato a morte anche il generale Doihara Kenji riconosciuto colpevole del falso attentato del 1931, dell’attacco alla Cina del 1938 e di numerosi altri crimini commessi durante la guerra. Doihara Kenji infatti, oltre a rivestire incarichi operativi, aveva collaborato con i servizi segreti giapponesi in Cina e altrove almeno dal 1913.

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