Israele ieri, 12 aprile, alle 10, si è fermata. Un minuto di silenzio segnato da una lunga sirena per ricordare le vittime dell’Olocausto. «Un suono fisso, penetrante -lo descrive la sensibile penna di Enrica Salerno- non l’allarme aereo ondulato che nelle ultime giornate sembrava possibile in un quadro mediorientale in rapido deterioramento». L’allerta è alta, e le forze armate israeliane pronte a colpire di nuovo in Siria contro l’Iran, ma anche contro Assad.
Ieri a Yad Vashem, il memoriale ai sei milioni di ebrei uccisi dai nazisti e loro complici, il premier Netanyahu ha parlato del passato soprattutto delle sue paure, tutte concentrate nel “pericolo Iran”. Premier indagato per corruzione, in difficoltà esattamente come suo amico Trump, che non molla la presa e cerca di sviare l’attenzione di opinione pubblica e magistrature su altre emergenze.
Questa volta però, segnala Eric Salerno, «I militari di Tel Aviv, in genere cauti, fanno da battistrada. Israele, dicono, non può, non deve consentire all’Iran di stabilire una presenza militare articolata in Siria. I leader dell’antica Persia che con lo scià era uno dei maggiori alleati di Israele nel mondo oggi chiedono la distruzione di questo paese». La storia che spesso si rincorre, con Israele di oggi che anche qualche millennio dopo, cerca di girarla a suo vantaggio.
«Negli ultimi anni per almeno 26 volte missili e caccia bombardieri con la stella di Davide hanno colpito le istallazioni degli alleati di Assad. Oggi Netanyahu e i suoi generali vorrebbero che fossero gli americani, accompagnati o meno da altri paesi dell’Alleanza atlantica, a eliminare ciò che considerano un pericolo».
Valutazioni e speranze ‘attive’ spesso contraddittorie. Assad che come suo padre prima di lui per anni ha garantito relativa stabilità nonostante uno stato di guerra formale tra i due paesi. Oggi, sette anni di guerra a protagonisti caos, una Siria in rovine, fallita come stato, troppo debole per costituire una minaccia seria a Israele, diventa pericolosa per chi la sostiene e vi si insedia.
«Ho un messaggio per i leader dell’Iran: Non mettete alla prova Israele», ha ripetuto Netanyahu a Yad Vashem. Poco prima ne aveva parlato con il leader russo Putin. «Israele non permetterà il radicamento dell’Iran in Siria». Dunque, ‘fermate Teheran’. Risposta da Mosca: «Non destabilizzate ulteriormente la situazione in Siria. Evitate nuovi bombardamenti». Contraddizione politica Israele Usa poco rilevata, l’accordo sul nucleare iraniano non dispiace alla maggioranza dei militari israeliani.
Della pericolosità della situazione i due leader -Putin e Netanyahu- avevano parlato faccia a faccia poche settimane fa a Mosca. «Israele non può tollerare l’ammassamento di armi da parte di Hezbollah e l’allestimento di fabbriche che consentono ai terroristi di costruire i missili in Libano». Dopo la politica, la minaccia affidata al duro della destra israeliana.
«Nell’ultimo conflitto abbiamo assistito a scene in cui la gente di Beirut faceva il bagno mentre i nostri cittadini a Tel Aviv erano chiusi nei rifugi – ha ricordato da Tel Aviv il ministro della difesa Lieberman- Nella prossima guerra tutta Beirut si dovrà rifugiare». Grossolano come sempre il ministro energumeno, ma minaccia reale. Anche se tutti i troppi giocatori di questa grande partita mediorientale sono tutti consapevoli dei rischi. E i Lieberman non aiutano.
Netanyahu, alla guida dell’unica potenza nucleare regionale, alza la voce ma sa che il suo paese non uscirebbe indenne da un’eventuale guerra con l’Iran e i suoi alleati in Libano. L’Intelligence militare di Tel Aviv, senza fare dichiarazioni ufficiali, ricorda attraverso organi di stampa amici che l’Iran è a portata dei cacciabombardieri e dei missili israeliani e che difficilmente quelli iraniani potrebbero superare le difese israeliane.
Prova di forza come sempre, con sommergibili nucleari in navigazione sia nel Mediterraneo che nei pressi del Golfo arabo o persiano. ‘Armi convenzionali e non’, è la minaccia ultima. «Ma per Israele, il pericolo vero -conclude Salerno sull’Huffington Post- è l’arsenale di Hezbollah in Libano. Almeno centomila missili di ogni tipo capaci di colpire l’intera superficie di Israele e non soltanto le città settentrionali come Haifa».