Pneumatici bruciati e specchi a creare nubi ed accecare i cecchini israeliani, che questo venerdì della rabbia di Gaza infatti ammazzano un po’ di meno, 7, forse 8 morti, ma mandano comunque all’ospedale più di 1000 feriti, alcuni di loro destinato a loro volta a morire, perché a Gaza mancano i medicinali e le cure sono quelle che sono. Ma a Gaza, si sa, la vita è comunque una lotterie. O accetti la sorte di prigioniero a vita per sopravvivere con qualche aiuto umanitario che a stento ti sfama, o di arrabbi, ti arruoli con Hamas è vai a farti ammazzare sfidando uno degli eserciti più forti e spregiudicati al mondo.
Ad essere arrabbiati oltre il rischio della vita, ieri a Gaza erano oltre 20 mila palestinesi, dati dell’esercito israeliano. Decine di migliaia di ragazzi e donne, strumentalizzati da Hamas, sempre versione di Tel Aviv, che hanno dato vita a incidenti in cinque punti della barriera difensiva / barriera prigione, con lo stato ebraico. I manifestanti hanno bruciato pneumatici e gettato sassi contro i soldati israeliani, che hanno reagito sparando non solo gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Contabilità provvisorio per questo avvio di ‘Intifada’, in sette giorni, 28 morti certi e altri in arrivi tra i più di 2000 feriti.
Le forze israeliane ieri sera hanno chiesto ai giornalisti, con gli altoparlanti, di evacuare l’area in cui si sono svolti gli scontri, o per ridurre l’impatto politico del cecchinaggio all’estero, o l’avvertimento di un prossimo irrigidimento delle misure repressive nella zona. Un ‘si salvi chi può’, tra i pochi che possono davvero uscire da Gaza prigione. Sempre da fonti israeliane, i diversi tentativi da parte dei palestinesi di danneggiare i recinti di confine e di attraversarli, non erano soltanto protesta. Il portavoce delle forze armate israeliane ha parlato anche di tentativi di condurre “attacchi terroristici, mediante il lancio di ordigni esplosivi e di molotov”.
Proteste palestinesi in tutta la Cisgiordania, con il presidente palestinese Abu Mazen sempre più marginale, che ripete stancamente la condanna alle azioni dei soldati israeliani che lascia il tempio che trova. In un comunicato, l’Autorità nazionale palestinese, sempre frammentata al suo interno, ha chiesto all’Unione europea, all’Onu e alla Lega Araba di «fermare queste brutali uccisioni e repressioni da parte dell’esercito di occupazione israeliano contro innocenti e indifesi che sono andati con una marcia pacifica a difendere il loro diritto di vivere». Ovviamente Netanyahu e l’attuale inquilino della Casa bianca, quelle perorazioni neppure le leggono.
Da venerdì 30 marzo, quando Hamas ha dato il via alla “Marcia del ritorno” sono morti 28 palestinesi. Dall’anniversario della Giornata della Terra che ricorda l’esproprio da parte del governo israeliano di terre di proprietà araba in Galilea, il 30 marzo 1976. Le proteste dureranno fino al 15 maggio, anniversario della fondazione di Israele, per i palestinesi la “Nakba”, ovvero la “catastrofe”, come la chiamano, perché molti furono costretti ad abbandonare per sempre case e villaggi. Davide Assael. «Non è vero che Gaza e Cisgiordania non interessano più a nessuno. A causa del suo premier, lo Stato ebraico presto potrebbe scontrarsi con nemici molto più potenti di Hamas», avverte Davide Assael su Limes.
Da una parte, l’immagine di un Israele occupante che reprime il legittimo diritto di un altro popolo di vivere sulla propria terra. Dall’altra, quella di una nazione che non fa altro che difendere i propri confini, come farebbe qualunque Stato. In mezzo, la sorte di un popolo, quello palestinese, costretto «a sentirsi uno straniero nella tua terra e sapere che neanche la sua minima parte è tua», come denuncia Raja Shehadeh, avvocato e scrittore palestinese. Non solo Gaza ma le misure militari israeliane in Cisgiordania come i posti di blocco, i blocchi stradali e le strade riservate ai coloni così come il regime dei permessi, rendono per i palestinesi un’impresa costante svolgere semplici attività quotidiane, come andare al lavoro o a scuola o recarsi in un ospedale.