Il mondo alla porta di Kim Jong-un, Financial Times e Marsonet

 Kim Jong-un, Financial Times. Dunque in Corea è avvenuto l’impensabile. Fino a poche settimane orsono c’era il diffuso timore che nella penisola asiatica la situazione sfuggisse di mano a qualcuno innescando un conflitto nucleare di proporzioni catastrofiche. Poi Kim Jong-un ha inviato una delegazione ai giochi invernali di Pyeongchang riannodando – tramite la sorella – i fili di un dialogo con Seul che, in verità, non è mai cessato. E, contemporaneamente, ha lasciato intendere di essere disposto a incontrare Donald Trump.
Ora abbiamo visto il giovane leader nordcoreano recarsi a Pechino col treno blindato già usato dal padre ed essere ricevuto in pompa magna dalla dirigenza cinese. D’accordo, nelle foto Xi Jinping non appare affatto entusiasta della visita, e Kim sembra più un vassallo che un ospite. In ogni caso il risultato è sensazionale.
E aggiungiamo pure una terza considerazione. Si rammenterà che Kim lanciava missili a più non posso, e che nei siti nordcoreani venivano compiuti esperimenti nucleari con preoccupante frequenza, causando (a quanto si dice) persino terremoti. Adesso lanci ed esperimenti sono cessati, mentre l’ultima parata militare a Pyongyang si è svolta in tono minore e ha ricevuto dai media locali una copertura assai meno intensa rispetto al passato anche recente.

C’è da chiedersi cosa ha causato mutamenti così rilevanti e formulo, a tale proposito, un’ipotesi che molti troveranno indigesta. A ben pochi piace Donald Trump, e il primo anno di presidenza non ha fatto che confermare che il tycoon è una persona quanto meno sgradevole. Eppure in politica estera (in quella interna degli Usa non voglio ora entrare) il suo approccio al problema coreano, in apparenza roboante e muscolare, ha sinora prodotto risultati migliori di quelli ottenuti dal tanto osannato Obama e dai suoi predecessori.
Trump ha individuato subito nella RPC l’attore fondamentale, facendo su Pechino pressioni (anche economiche e commerciali) che hanno avuto effetto. In secondo luogo la Cina ha capito che, a questo punto, le giova riassumere le vesti del “grande protettore”, rinnovando uno schema già in uso ai tempi di Mao Zedong e Deng Xiaoping. Per non parlare del massiccio intervento militare cinese nel conflitto coreano che consentì a Kim Il-sung, nonno dell’attuale leader, di sopravvivere politicamente e di salvare la Repubblica Popolare da lui stessa fondata.

Il ruolo di Trump negli ultimi avvenimenti coreani è stato fondamentale. Mentre alcuni ambienti militari Usa premevano per un attacco immediato – e rischiosissimo – volto a decapitare il regime di Pyongyang, il tycoon ha continuato a esercitare pressione su Xi Jinping, ottenendo infine il risultato sperato.
Le conseguenze, a cascata, sono evidenti. Se la situazione non cambia improvvisamente, il giovane dittatore di Pyongyang incontrerà in successione, e in tempi piuttosto brevi, il suo omologo di Seul Moon Jae-in, lo stesso Donald Trump e, fatto ancora più eclatante, il premier giapponese Shinzo Abe, dopo che il territorio nipponico veniva negli ultimi tempi sorvolato con allarmante frequenza dai missili di Kim. Insomma il dialogo nella regione pare garantito, e scongiurato il pericolo di una guerra nucleare improvvisa.

In conclusione due fatti debbono essere rimarcati. Il primo è che la Cina assume sempre più le vesti di superpotenza in grado di garantire l’equilibrio internazionale, facendo al contempo capire a tutti che, in Asia, nessuno può fare passi senza l’avallo di Pechino.
Il secondo, come si accennava dianzi, è che la demonizzazione del tycoon newyorkese a volte non paga. Certo la sua insensibilità per il tema dei diritti umani è a prova di bomba, e questo causa crisi di rigetto. Eppure Barack Obama e Hillary Clinton, che di diritti umani parlavano in continuazione, hanno conseguito in politica estera risultati scarsi per non dire negativi. E sembra, questo, un ottimo spunto di riflessione.

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