martedì 19 marzo 2019

L’attentato all’ex spia russa: i dubbi del Mossad

Sul caso Skripal gli israeliani frenano.
– Mentre mezzo Occidente espelle i diplomatici di Mosca (che replica), Netanyahu non si è ancora mosso.
– Quel gas nervino esiste in almeno 20 Paesi.

I conti non tornano. Anzi, i “numeri” dati dal governo inglese sul coinvolgimento di Putin nel caso dell’avvelenamento dell’ex spia russa Skripal e della figlia lasciano abbastanza perplessi molti analisti. E se a manifestare più di un dubbio sono gli uomini del Mossad israeliano, il servizio segreto più famoso del mondo, allora i sospetti diventano mal di pancia. Dopo che una caterva di Paesi occidentali, più o meno “convinti” dalla premier britannica May e dal suo istrionico Ministro degli Esteri, Boris Johnson, hanno espulso decine di diplomatici di Mosca, fa “rumore” il fatto che Netanyahu, da Gerusalemme, non si sia mosso. Il think-tank israeliano “Debka” rivela che gli 007 israeliani hanno consigliato al loro leader di non scendere sullo stesso sentiero di guerra, improvvidamente seguito dal Presidente americano Trump e da molti membri della Nato.

Il Novchok, il gas nervino utilizzato nell’attentato, infatti, originariamente prodotto in Russia, oggi è sintetizzato e immagazzinato in almeno 20 Paesi diversi. E allora? Come si fa ad attribuire ai vertici del Cremlino un’azione, risicatissima, che in teoria potrebbe essere stata condotta da chiunque? E anche se ci fosse una faida dentro l’ex KGB (quindi tra ex “colleghi”, perché Skripal era del GRU, i servizi segreti militari di Mosca), siamo sicuri che l’ordine di uccidere sia per forza partito da Putin? Domande che evidentemente a Londra non si sono posti, data la scadente qualità dell’attuale diplomazia britannica, che avrà fatto rivoltare nella tomba “mostri sacri” come Gladstone, Disraeli, Pitt o lo stesso “monumento nazionale”, Sir Winston Churchill. Insomma, dilettanti allo sbaraglio.

O forse la signora May, copia sbiadita della Thatcher e priva di un vero appeal da statista, sta cercando, disperatamente, di far dimenticare agli inglesi la catastrofe (per loro) della Brexit, che rischia di costare allo spelacchiatissimo leone britannico più del primo giorno della battaglia della Somme. Certo, gli interrogativi si moltiplicano e il feroce fuoco di sbarramento diplomatico aperto dal Cremlino comincia a seminare il panico nelle Cancellerie occidentali: perché il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, anziché abbozzare e farfugliare qualche scusa di circostanza, è partito al contrattacco chiedendo agli inglesi (e a Trump) di esibire le famose “prove” di cui tutti parlano, ma che nessuno ancora ha visto? Già, perché? Qualcuno comincia a sussurrare a mezza voce la parola “trappolone”.

Il governo russo, che ha espulso ben 160 diplomatici (tra cui due italiani), forse non ha ordinato lo scombiccheratissimo attentato (in passato il KGB non falliva mai gli omicidi “mirati”), ma sicuramente “sa”. E si tiene pronto a sbugiardare l’incauta May, il suo bizzarro Ministro degli Esteri (Johnson) e l’ineffabile Trump. Che non ne azzecca una che sia una. Questa volta si è fatto tirare per la giacca dai nuovi “duri e puri” della sua Amministrazione, il Segretario di Stato Mike Pompeo e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton, che cercano appoggi per la loro strategia anti-Iran, sulla guerra in Siria e per rivedere l’accordo sul nucleare. Ma ci pensate alla figura barbina che farebbe l’Occidente se si dovesse scoprire che il caso Skripal è una bufala colossale, gonfiata ad arte per mettere lo scomodissimo Putin in un angolo?

C’è infatti, dicono diversi esperti, una sproporzione evidente tra il fatto in sé e la reazione da “crociata” per la democrazia promossa da Paesi che, nelle loro colonie, hanno fatto carne di porco dei diritti umani. Una nuova “guerra fredda” scatenata a tavolino per soddisfare l’avidità sconfinata di poteri “forti”. Commerciali e finanziari, in primis. A cominciare dal sottobosco, anzi, dalla giungla, del mercato dell’energia. E tanto per chiarire che la lite è sempre per la coperta, la Germania (furba “Sturmtruppen” Merkel) ha messo subito le cose in chiaro: solidarietà alla May (il minimo sindacale e molto di facciata), ma l’accordo sul gasdotto con Zar Putin non si tocca. E lo stesso ha fatto Macron, ribadendo che… blablabla… e ancora blablabla… i russi forse sono stati birichini, ma che la Francia continuerà a fare business con loro.

Alla grande. Magari togliendo la sedia da sotto il sedere all’Italia e ai suoi imprenditori, dall’agroalimentare alla moda, e chi più ne ha più ne metta. Il nostro Paese, infatti, che già è uscito con le terga bruciate dalla Libia, dall’Egitto e da tutto il Medio Oriente, prende un’altra scoppola. Per non aver saputo o voluto pensare con la propria testa. Come ha invece fatto Netanyahu, amico di Trump, sì, ma prima di tutto, amico di… Israele.
Insomma, nel nostro caso vale la pena di sospirare con nostalgia: c’era una volta la politica estera.

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