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venerdì 6 Dicembre 2019

La filosofia rurale del lentius, profundius, suavius

Più lento, più profondo, più dolce. Parliamo di filosofia rurale, per definire concetti di tempo, misura, cura e attenzione che tendono a sfuggire nella vita banale e conformista dell’epoca: più veloce, più potente, più superficiale, più obbediente. Un pensiero ad Alex Langer.

Recentemente la mia amica Simona Serraglini, insieme condividiamo la passione per Wisionaria rural coworking e lavoriamo per l’hospitality evolution, mi ha raccontato una storia interessante. Riguarda una famiglia americana – padre, madre e due figli -, in viaggio in Toscana a bordo di una potente automobile. Il padre di famiglia, Robert, aveva chiesto a Simona se per caso ci fosse stato un guasto lungo la strada che – scendendo nella valle, attraversando i boschi e risalendo verso il podere dove erano alloggiati – avevano percorso a tarda sera.
Non c’è neanche una luce, aveva detto.
Perché è proprio così, non c’è neanche una luce perché non deve esserci, ha risposto loro Simona. Sorridendo con gentilezza, perché così si fa.
Qualche giorno dopo Robert, parlando ancora con Simona, le aveva detto: ho capito. Ho capito perché non ci sono luci sulla strada. Risalendo dal bosco si vedono nel cielo le stelle.

Ecco, in questo apologo io colloco il cuore filosofico della bellezza e della diversità che devono innervare narrazione e abitare. Il lentius, profundius, suavius della nostra magnifica terra, il contributo rurale che diamo al futuro, al nostro, a quello dei nostri figli, alla possibilità che la grandezza di questo nostro contemporaneo, che proviene dalla storia, che è nella memoria dei luoghi, in quella dell’abitare, possa agire potente e fuori dagli schemi. Quindi sia indimenticabile, scolpita per sempre nell’immaginario.

Se Robert avesse percorso un vialone illuminato a giorno non se ne sarebbe neanche accorto, non avrebbe colto alcuna differenza, avrebbe vissuto il passaggio nel bosco, scendendo dalla valle e risalendo verso il podere, come un tragitto. Avendo una macchina potente avrebbe guidato più velocemente, non avrebbe vissuto l’esperienza del buio, la bellezza dell’incomprensibile che accende domande non banali e scuote l’immaginario.
Qualche anno dopo, Robert, ancora portava nel cuore il tuffo poetico delle stelle nel cielo buio della notte. E del viaggio in Toscana ricordava con felicità quattro o cinque esperienze vissute, un panorama, un monumento, una chiesa, un cibo, un misterioso soave andamento notturno sotto le stelle.

Lentius, perché occorre rallentare il passo con la giusta misura che è data dalla lentezza (a fronte della fretta, dell’impossibilità di cogliere bellezza, di pensare). Profundius, perché l’esperienza inattesa, meno consueta e banale, scende nella coscienza e innerva l’immaginario più poetico, che è quello che attiene ai ricordi più profondi (mentre il pensiero costante e banale ci impone superficialità). Suavius, perché l’accoglienza e tutto quello che ruota intorno alla sua evoluzione, per essere intensa e innovativa deve essere fatta di cura e attenzione; nella dolcezza (visiva, quando lo sguardo si poggia sul paesaggio, quando incontra un sorriso, quando ogni azione e ogni felicità accompagnano l’agire).

Citius, altius, fortius sono i richiami potenti della necro-economia del consenso, dello sfruttamento seriale di vite, risorse, località, monumenti e territori. Lentius, profundius, suavius le tre parole latine di una civiltà ecologicamente sostenibile, dove agisce il concetto di verità. Dove ogni finzione, ogni scintillio, ogni bruttezza imbellettata non hanno ragion d’essere.
Le persone, anche se non lo sanno, sperano di tornare a guardare le stelle. Che vuol dire che hanno voglia, necessità filosofica, di riscoprire la misura, il tempo, lo sguardo. Dentro ognuno c’è un artista più o meno mortificato, più o meno nascosto, che ritiene erroneamente che l’arte, la bellezza, la poesia siano strade per il successo, siano aspetti che attengono allo specialista, all’esperto, al poeta conosciuto, a Cattelan (detto anche con un pizzico di ironia), e invece no. Basta un cielo stellato, un fiore, un profumo, un sorriso per scoprire che sotto ogni corazza batte quel cuore d’artista (parafrasando Beuys). E che compito di chi vive nella magnifica terra, di chi agisce nell’abitare rurale con passione e consapevolezza, di chi lavora nella narrazione, è spalancare le porte segrete, agire nel mistero umano. E nel mistero umano, nel sogno, nella felicità non ci sono smog, fretta, disumanità, ma convivialità e bellezza.

Cura e attenzione rappresentano l’avanguardia artistica e poetica del tempo. A fronte di una crescente sbrigatività, che s’innesta spesso in un carattere commerciale succinto, occorre essere sovversivi, da sub vertere, rovesciare completamente concetti che ci fanno del male. Quindi agire con consapevolezza nel flusso di una rinascita rurale in cui la narrazione rappresenta un punto fondamentale. Essere veri e raccontarsi nella semplicità.

Ho utilizzato la storia di Robert, della moglie Helen, dei loro due figli piccoli, della bellezza assoluta, delle tre parole latine e dell’inatteso che accende il cuore, per parlare di come la narrazione possa essere fertile. Di come diventi necessario cogliere gli elementi-chiave – di volta in volta individuati e analizzati – per essere efficace. Non importa il mezzo usato, conta il valore. Non importa la quantità, serve la precisione. Non servono strumenti sofisticati, serve capacità. E semplicità. E verità (la semplicità si ottiene sempre e solo poggiandosi sulla verità, per questo è così complicata da ottenere).

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