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martedì 15 Ottobre 2019

La perduta Turchia laica, Erdogan più di Ataturk, 15 anni al potere

Addio laicismo e addio a Mustafa Kemal Ataturk, quasi ex ‘padre della patria’ rispetto all’islamizzazione conservatrice dilagante con Erdogan.
– L’Europa complice sui migranti.
– Afrin e la guerra ai curdi di Siria dilaga in Iraq.
– La Turchia e la Nato.

Addio laicismo e Kemal Ataturk

Recep Tayyip Erdogan diventa il leader più longevo nella storia della Turchia repubblicana, superando il suo fondatore Mustafa Kemal Ataturk. Con 5493 giorni ininterrotti alla guida del Paese, ricoprendo prima la carica di premier dal 15 marzo 2003 e poi quella di presidente dal 10 agosto 2014, ha scavalcato il ‘padre della patria’, rimasto al potere dalla creazione della repubblica dopo la caduta dell’impero ottomano, il 29 ottobre 1923, alla sua morte, il 10 novembre 1938. A calcolarlo è il sito di opposizione Gercek Gundem.

Con l’introduzione del presidenzialismo a seguito del referendum dello scorso anno, in Turchia il prossimo capo dello stato assumerà funzioni esecutive e non più solo simboliche e di garanzia costituzionale. Tuttavia, sin dall’inizio del suo mandato come presidente, Erdogan ha già interpretato il ruolo in maniera estensiva, guidando di fatto le scelte del governo e presiedendo periodicamente anche il Consiglio dei ministri.

Erdogan, l’Europa e il ‘cattivo utile’

Poi il fronte migranti. Da Bruxelles blindati, navi, alta tecnologia per fermare i profughi in fuga dalla Siria. Sparandogli se si avvicinano al muro. Francesca Sironi su l’Espresso racconta del muro di cemento alto tre metri, lungo più di 800 chilometri, pattugliato notte e giorno da mezzi militari pagati anche con fondi di Bruxelles. Il 18 marzo 2018 l’intesa stretta fra l’Unione Europea e il presidente turco Tayyp Erdogan per la gestione dei profughi siriani ha compiuto due anni. È in base a quell’accordo che la Turchia ospita quasi quattro milioni di rifugiati – il numero più alto al mondo in un singolo Stato.

«Mentre l’America ancora dibatte sulla costruzione del muro», scriveva orgoglioso pochi giorni fa su Twitter il console turco a Chicago, Umut Acar: «La Turchia ha già costruito il suo». L’Osservatorio siriano per i diritti umani stima infatti che 42 civili siano stati uccisi solo negli ultimi sei mesi in prossimità del confine. «In base alla convenzione di Ginevra è vietato respingere rifugiati», commenta all’Espresso Laura Ferrara, europarlamentare del Movimento 5 stelle esperta di questioni migratorie: «ma chiaramente l’Unione non lo può controllare, questo, in territorio Turco».

Guerra senza frontiere ai curdi

Esercito turco dalla Siria all’Iraq. Operazione contro i militanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan, il Pkk, si stanno dirigendo verso Kani Rash, la zona di frontiera dei monti Qandil e Sinjar, nel nord dell’Iraq. Quanto si spingeranno oltre i confini settentrionali dell’Iraq e per quanto tempo e per ottenere cosa? Dopo il sanguinoso successo ottenuto con la conquista di Afrin, la roccaforte dei curdi delle Unità di protezione del popolo (Ypg) in Siria, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha esteso la sua offensiva all’est della Siria e al nord dell’Iraq. Con la tacita approvazione degli Stati Uniti, Ankara ha fretta di ampliare la sua invasione militare a quello che Erdoğan ha definito il “corridoio del terrore”.

Se ammazzano è colpa del bersaglio. Il 22 marzo, durante la festività nazionale del Nowruz, il capodanno curdo, l’aviazione turca ha bombardato molti villaggi nel Kurdistan iracheno, provocando la morte di quattro civili. Invece di dare la colpa all’esercito turco, il governo regionale del Kurdistan iracheno ha puntato il dito contro il Pkk, e qui scattano altre vergognose complicità non soltanto europee. La Turchia ha già centinaia di soldati a Bashiqa, a 25 chilometri a nord di Mosul, e alcuni mezzi d’informazione turchi hanno parlato della ipotesi di una base militare turca nell’Iraq settentrionale. E gli iracheni temono che la presenza militare turca possa diventare eterna.

 

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