domenica 25 Agosto 2019

Il drago cinese, il nucleare coreano e i dazi di Trump

Xi Jinping ammorbidendo Kim ha voluto dimostrare al mondo che il “peso” di Pechino non è solo di tipo economico
– Un unico “algoritmo” diplomatico oggi lega indissolubilmente eventi internazionali che sembrano scollegati tra di loro

Unico algoritmo diplomatico

La lite è sempre per la coperta, dice un vecchio adagio. E poi: quello che in diplomazia sembra incomprensibile e casuale, spesso ha una sua logica. Stringente. Basta solo guardare gli scenari col grandangolo. Eventi lontanissimi, che a prima vista appaiono fra loro scollegati, in definitiva fanno invece parte dello stesso sistema globalizzato di relazioni tra gli Stati. O fra i “blocchi”, fate voi. Questa breve premessa introduttiva, che ha solo un’ambizione “metodologica”, serve a proporre una chiave interpretativa, tutto sommato semplice, del “fil rouge” che collega eventi internazionali di scottante attualità.

In primis, la ventata protezionistica che squassa il pianeta dell’America trumpiana. E, a seguire, la questione dei dazi doganali, il pesante deficit della bilancia commerciale statunitense, l’uscita dalla UE degli inglesi (Brexit), la nuova “guerra fredda” con la Russia di Putin (innestata anche dall’affaire Skrypal), il conflitto siriano, la crisi nucleare con la Corea del Nord e, last but not least, l’inarrestabile avanzata del bulldozer cinese. Che rischia di stritolare tutte le economie del pianeta, lasciando dietro di sé una scia fumante di macerie. Quelle dei sistemi-Paese rovinati dall’astronomica produttività esibita dagli omini con gli occhi a mandorla.

Dalla supremazia commerciale alla supremazia e basta

Dunque, calma e gesso e andiamo con ordine, focalizzando, per esempio, la nostra attenzione sul legame tra la sparata sulle “gabelle” Usa riguardanti acciaio e alluminio e la giravolta pacifista del dittatore nordcoreano Kim. C’è un “algoritmo” diplomatico che fonde le due cose? C’è, c’è. Eccome. Gratta, gratta, sotto la vernice di cotanta tumultuosa politica estera spunta la Cina e la sua prepotente supremazia commerciale. In procinto di trasformarsi in “supremazia punto e basta”. Tutti stanno cercando di metterci una pezza: gli Stati Uniti con le minacce di sguincio (il rialzo delle tariffe doganali), Putin predicando sottobanco la creazione di un fronte comune con l’Occidente, l’Europa dei mercati (e dei mercanti), più confusa che persuasa, marciando in ordine sparso.

E le potenze asiatiche (India, Giappone e il resto della compagnia) inventandosi una “terza via”, per trovarsi uno spazio vitale tra i diversi litiganti. Abbiamo già scritto che dietro la mossa di Trump sui dazi non ci sono solo motivazioni, alquanto contorte, di teoria economica. Mettere la gabella (25% sull’acciaio e 10% sull’alluminio) non ha grande senso a guardare i numeri. Queste due voci rappresentano solo il 2% dei paperoneschi 2,4 trilioni di dollari di import Usa. Un misero 0,2% del Pil. Né contribuiscono ad alleviare le ferite di una bilancia commerciale ormai in profondo rosso strutturale (la bellezza di -818,7 miliardi di dollari). Mentre i concorrenti sgobbano come camalli (Area Euro +270,7 miliardi di dollari; Cina addirittura +437,7 miliardi).

Quanti dazi il cessato allarme Corea?

Ora, se Trump vuole bucare il pallone perché gli altri giocano meglio di lui, faccia pure. L’obiettivo vero del suo azzardo (perché di questo si tratta) è però togliere ossigeno e lanciare un avvertimento, soprattutto a Pechino. Ma siccome in Cina sono eredi di Lao-Tzu, Confucio e di un’altra bella sfilza di cervelloni, la sfida da “guappo” del Presidente americano rischia di trasformarsi in un boomerang, perché Xi Jinping, gran capo del colosso asiatico, sa come fargli ballare il terreno sotto i piedi. E infatti si è chiamato a corte Kim Jong-Un e ha ricordato al mondo che gli unici in grado di far ragionare il nordcoreano, costringendolo a stipare bombe atomiche e missili balistici nel freezer, sono proprio i cinesi.

Nessuno se lo scordi. Un “appeasement” con Kim consentirebbe agli Stati Uniti (e a Giappone e Corea del Sud) di risparmiare un sacco e una sporta di dollari, altrimenti destinati a essere bruciati in “sicurezza”. Leggasi armi, logistica, truppe e addirittura, “guerre preventive”, cioè avventure che si cominciano, senza sapere dove poi si vada a finire. A Seul l’hanno capito al volo e infatti già è stato fissato un vertice ai massimi livelli con Kim, sotto il “patronage” di Pechino, è ovvio.

Kim diplomatico veste cinese

I grandi giornali locali, dal Quotidiano del Popolo al China Daily, fino al South China Morning Post, sono zeppi di articoli che magnificano il ruolo “pacificatore” del loro Paese e che ricordano incidentalmente a Trump come, in diplomazia, oggi si scriva “Corea del Nord”, ma si legga “Cina”. Gli spifferi di corridoio dicono che Xi abbia garantito a Kim lunga vita. A lui e al suo regime, se suonerà la musica secondo lo spartito composto a Pechino. Che prevede pace, prosperità e dollari.

Tanti dollari. Kim continuerà a predicare fratellanza e a papparsi mille aragoste, trangugiando champagne, come faceva il padre, Jong-Il. Trump si presenterà alle elezioni di medio-termine con un beneagurante successo diplomatico in saccoccia e i cinesi, da parte loro, non si stancheranno di esportare negli States la solita caterva di prodotti: mutande, padelle, “parafernalia” e persino sofisticatissima elettronica di ultima generazione. E tutti vissero felici e contenti.

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