venerdì 14 dicembre 2018

Putin controverso, Ivan il Terribile o Pietro il Grande?

Raccontano che Pietro il Grande volesse fare della Russia del Settecento il più orientale dei Paesi occidentali. Si era innamorato di una cultura che, come lui credeva, sarebbe stata modello e stimolo ideale per una nazione dalle enormi potenzialità, ancora inespresse. É lo stesso sogno di Putin. Però un pochino deformato, anzi per essere più […]

Raccontano che Pietro il Grande volesse fare della Russia del Settecento il più orientale dei Paesi occidentali. Si era innamorato di una cultura che, come lui credeva, sarebbe stata modello e stimolo ideale per una nazione dalle enormi potenzialità, ancora inespresse. É lo stesso sogno di Putin. Però un pochino deformato, anzi per essere più à la page, “asimmetrico”. Il nuovo zar del terzo millennio, che oggi sarà rieletto alle elezioni presidenziali (a meno che non ci sia un impatto con l’asteroide che sterminò i dinosauri, i sondaggi lo danno al 70%) è stato infatti capace di coniugare il peggio del marxismo d’antan col peggio del capitalismo delle ferriere. Tutto qui? No, sarebbe troppo riduttivo liquidare, con due frasi a effetto, un uomo che in questo momento è probabilmente il motore diplomatico del pianeta.

Vladimir Vladimirovic Putin è un ex ufficiale del KGB, cinico e astuto come Ivan il Terribile, che nella sua lunga militanza tra le file della mitica agenzia ha imparato trucchi e trucchetti tali da consentirgli di far ballare, a suo piacimento, mezze figure come Trump o l’inglese May. Che alla Thatcher avrebbe solo potuto portare il caffè a letto. Con lui dobbiamo convivere, dobbiamo averci a che fare e dobbiamo evitare di entrare in rotta di collisione. Punto. Tutto il resto, per chi ha a cuore le sorti di un mondo sempre più squinternato, conta. Ma non tantissimo. In Medio Oriente, Putin si è rivelato più saggio e attendista di quanto abbiano fatto gli americani e tutta la compagnia di processione che si portano appresso. A cominciare dai francesi, che dal macello delle “primavere arabe” in poi hanno sulla loro coscienza, alquanto sporca, quasi un milione di morti.

Gli Stati Uniti? In quell’area si sono imbarcati in due guerre del Golfo e ne hanno scatenate altre, a catena, grazie alle bugie sulle cosiddette “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein. Risultato: un altro milione di morti. Ora il mondo sa che erano tutte balle, studiate a tavolino dalla Cia per sviluppare una politica aggressiva e rampante, proposta dai “falchi” del Project for the New American Century, che affiancavano Bush-figlio. Sarkozy, per finire in bellezza, ha invece fatto uccidere Gheddafi, quando non è più riuscito a dividersi con lui pane e companatico. Petrolio, ma soprattutto uranio. I cinesi, che non aspettavano altro, ne hanno approfittato a palla, per ficcare il naso in tutti gli angoli dell’Africa e dell’Asia. Ringraziando l’Occidente per cotanta dabbenaggine. Insomma, noi abbiamo pagato il biglietto e loro si sono visti il film.

Putin, dal canto suo, ha raccolto i cocci di un Paese schizoide, deformato da settant’anni di marxismo delle caverne. Dove i beni di consumo venivano prodotti a malincuore e l’industria sfornava soprattutto acciaio, cemento, materie prime e armi. Molte armi. Per il resto valeva una filosofia vecchia quanto il cucco, ma che da noi ha fatto (e continua a fare) milioni di proseliti: arrangiatevi. O arruffianatevi. Chi ha studiato pianificazione economica sa bene che a Mosca la distanza tra i libri e la quotidianità si misurava in anni luce. In definitiva, Putin è l’ultimo esemplare di una specie in via di estinzione, che però si è saputa riciclare, riproponendosi come “il nuovo che avanza”. Qualsiasi intellettuale che abbia studiato il “decision making process” del Partito comunista sovietico, sa che le sue scorie sono rimaste pesantemente attaccate alla nuova Russia.

Chi nasce tondo non può morire quadrato. Per questo è inutile sprecare analisi sulle elezioni di oggi, dall’esito scontato. Avere un problema non significa fare finta che non ci sia, ma nemmeno fasciarsi la testa prima di essersela rotta. Oggi Putin, per il pianeta, è un “problema”, ma potrebbe diventare anche, scusate l’azzardo, una risorsa. Ci sono molti interessi comuni con l’Occidente, a cominciare dalla necessità di bilanciare la globalizzazione, sfuggendo alla “sindrome cinese,” quella di chi sa solo produrre a prezzi stracciati e ti fa consumare. Nell’attesa di consumarti. Per non parlare del fronte comune contro il terrorismo islamico. C’è poi la pessima novità dell’America trumpiana, neoisolazionista e caciarona, fortemente ostile a un’Europa vista solo come fastidiosa concorrente.

Tutto questo mentre la signora May sta invece cercando di cavalcare la Brexit, incuneandosi carognescamente nell’affaire dei dazi doganali e proponendo una diplomazia delle cannoniere che forse andava bene al tempo della guerra tribale con gli Zulù. Come nel caso della crisi sull’avvelenamento della spia russa Skripal, di cui il Ministro degli Esteri Boris Johnson ha scriteriatamente incolpato il Cremlino, manco stesse parlando al pub dopo una bella pinta di Guinness. I latini dicevano “est modus in rebus”. Ma anche “cui prodest”. Già: a chi giova tutto questo polverone sollevato da Londra contro la Russia? Non certo all’Europa, costretta a rincorrere trafelata una solidarietà pelosa che, commercialmente, potrebbe essere un boomerang e che all’Italia potrebbe costare l’osso del collo. Ergo, per quanto ci riguarda: lunga vita a Putin. Meglio un “nemico” che ti mostra la faccia che un caravanserraglio di “amici” pronti a farti la festa.

Potrebbe piacerti anche