sabato 17 Agosto 2019

Sull’arte e sui doveri verso l’essere umano

Dove il mondo è sano, e non lo sa. Dove è marcio di macerie e pretende di insegnare cultura, ingiustizia e bruttezza a tutti. Discorso sulle esigenze dell’anima, su Simone Weil e sul senso della rinascita rurale che salverà il futuro.

Non ho mai capito bene e amato così tanto il pensiero di Simone Weil come dopo aver partecipato a un rito, alla messa in scena, ad opera di una artista eretica e sublime, Ilaria Drago, di “Simone Weil – Concerto Teatrale”. Le parole della filosofa francese mi sono arrivate con dolcezza e furia, come un soffio delicato e uno schiaffo potente. La piccola artista mi ha annichilito e destato. Così è l’arte, se è arte: sovversiva, potente, assoluta. Se ti inchioda alla sedia o spinge il tuo essere a fare del pensiero un’azione, vuol dire che c’è. E quando c’è questo rito, la bellezza della poesia, la fucilata della passione, c’è vita.

Tutto il resto è mercanzia inutile. Crescente sbrigatività, incompetenza con un carattere commercialmente succinto. Intrattenimento televisivo.

Dico di Simone Weil perché nel Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano lei affronta il tema dei bisogni fondamentali dell’uomo, le esigenze dell’anima, le chiama. Non parla di banche, profitto, arricchimento, austerità, ma di quello che alberga nel profondo di ognuno di noi: qualcosa che ha a che fare con la convivialità, con l’umanità, con la bellezza necessaria. Parla di partecipazione dei beni collettivi e di uguaglianza.
Tra i bisogni – sostiene – c’è la partecipazione all’uso dei beni collettivi. L’amore cioè per i luoghi dell’abitare, con tutto ciò che è nella vita di ognuno fuori però dalla sfera rinchiusa e privata. La filosofa dice una cosa che oggi ci deve aprire a una riflessione umana e politica. Dove esiste “una vita civica, ognuno si sente personalmente proprietario dei monumenti civici, dei giardini, della magnificenza esibita nelle cerimonie; e così, il lusso che quasi ogni essere umano desidera è concesso persino ai più poveri”.
Camminate per le strade di San Quirico d’Orcia, in quelle delle realtà belle delle campagne e capirete che nella cultura rurale questa partecipazione ancora esiste. Fate due passi nella periferia di Roma, tra centri commerciali e cemento colato ovunque a distruggere aree agricole e capirete facilmente che nessuno ama il luogo dove vive o sopravvive. E questo genera rabbia e violenza, risentimento, razzismo e un sottile desiderio di una resa definitiva e incondizionata dalla classe dominatrice che ha reso possibile lo sfregio prima umano che politico.

C’è poi l’idea di uguaglianza. So che di fronte a questa parola c’è chi salta in piedi, mano sul manganello, per paura che riaffiori dalla lunga e tortuosa via delle dimenticanze di queste ultime generazioni. Ma l’uguaglianza per la Weil – e per noi – è importante e connessa col “riconoscimento pubblico, generale, effettivo, espresso realmente dalle istituzioni e dai costumi, che a ogni essere umano è dovuta la stessa quantità di rispetto e di riguardo”. E lo Stato, cioè la collettività formata dall’organizzazione politica e istituzionale, avrebbe il dovere di soddisfare questi bisogni primari di uguaglianza e partecipazione, essendo proprio il riconoscimento di questi diritti che consente ai cittadini di sentirsi parte della vita civile.

Facile quindi pensare che, vista la devastazione sociale di questi ultimi decenni, abbia prevalso una linea opposta che ha reso il cittadino un suddito, ha cancellato l’uguaglianza di diritti, e lo stesso diritto alla partecipazione, alla condivisione conviviale degli spazi dell’abitare. Abolendo ogni idea di felicità.

Un’ideologia ha prodotto questi effetti, non il caso. Un’ideologia del profitto a ogni costo, declinato in politica, ha privilegiato l’azione privata su quella pubblica, ha reso il cittadino infelice e rabbioso, chiuso nel labirinto di ingiustizie di cui non comprende l’origine.
Afferma l’architetta Ilaria Agostini: “Prendiamo il caso estremo dei centri commerciali. I cittadini (trasformati in utenti) interpretano quali spazi pubblici questi luoghi che hanno invece natura privata, che sono gestiti secondo princìpi privatistici volti all’interesse economico, e improntati al securitarismo, alla chiusura, alla selezione. Luoghi dove, in termini giuridici, il privato proprietario può esercitare lo ius excludendi alios”.

Questo nei centri commerciali, come esempio, o nelle piazze delle metropoli moderne. Per esempio piazza Gae Aulenti, vero e proprio centro commerciale a cielo aperto, è proprietà dell’immobiliare. Aperta al cittadino-consumatore ma solo con regole private, con vigilanti e divieti che punteggiano il passeggiare libero dello shopping. Apoteosi della superiorità metropolitana, che mentre costruisce muri di separazione di classe, riorganizza al proprio interno itinerari di suggestione, boschi verticali di ricchezza esibita senza pudori per visitatori incantati. E arte, tanta arte incomprensibile e vacua, ad abbellire e dare valore agli investimenti. La grandezza del profitto, la negazione dell’umanità.

Macerie. Di cristallo e acciaio, ma macerie di umanità. Ma su quelle macerie torneranno a crescere boschi veri e orizzontali, dove il camminare sarà per tutti e non per pochi. E questo spirito di salvezza, per il futuro di tutti noi, verrà dalla periferia dell’impero, dalla cultura rurale che sovvertirà il conformismo urbano e le città delle ingiustizie totali e accettate. La rinascita rurale ricostruirà una nuova filosofia urbana e la sua misura umana.

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