mercoledì 19 settembre 2018

Xi, la Cina, l’Italia e le competenze della classe politica

Xi Jinping, presidente cinese a vita e la non democrazia cinese. Analisi-riflessione post elettorale italiana di Michele Marsonet.
– Il problema delle competenze della classe politica.
– Un sistema “libero” che non si cura della competenza (capacità di governare) degli eletti è davvero migliore di un sistema “bloccato” che invece attribuisce alla competenza un’importanza decisiva?
– Ed è davvero anti-democratico un sistema che impone filtri e griglie a chi vuole candidarsi a cariche pubbliche?
– Potete iniziare a litigare

Com’era largamente prevedibile dopo la celebrazione del 19° congresso del Partito comunista cinese, l’attuale presidente è rimasto senza avversari. Battendo ogni record, la riforma della Costituzione da lui voluta ha ricevuto 2958 sì, 2 no e 3 astensioni, e si può notare che neppure Mao Zedong a Deng Xiaoping avevano toccato simili vette di consenso.
Ai tempi del Grande Timoniere e del padre del “capitalismo di Stato”, qualcuno osava astenersi o votare contro. Nel 2018, a poco meno di 70 anni di distanza dalla fondazione della Repubblica Popolare, il dissenso è in pratica sparito consentendo a Xi di diventare, in pratica, presidente a vita.

Seguendo la millenaria tradizione cinese, anche Xi Jinping si è accreditato agli occhi delle masse come “uomo di pensiero” in grado non solo di governare, ma pure di elaborare una dottrina politico-filosofica più o meno originale. È, come dicevo poc’anzi, una caratteristica che si ritrova sin dalle origini del Celeste Impero.
Un tempo gli imperatori volevano dimostrare di godere del favore del Cielo a causa delle loro virtù personali. Poi, attraverso i tanti millenni in cui si dipana la storia nazionale cinese, si è avuta una progressiva laicizzazione che non ha però mutato il quadro in maniera sostanziale.

Il padre della Cina moderna Sun Yat-sen, fondatore del Kuomintang ma assai rispettato dai comunisti che in lui vedevano il loro predecessore, era un politico-intellettuale autore del classico “I tre principi del popolo”, tuttora molto studiato e citato. E persino il pragmatico Deng Xiaoping sentì il bisogno di accreditarsi presso le masse fornendo una giustificazione filosofica e politica alla sua profonda riforma economica.

Ma in quest’ambito – quasi inutile dirlo – la figura principale resta proprio Mao Zedong, il quale non faceva mistero di considerare le sue doti filosofiche e poetiche altrettanto importanti (se non di più) di quelle politiche. E sull’originalità dei suoi contributi nessuno discute, anche se magari non li approva in toto. Si pensi, per fare due soli esempi, (1) all’importanza fondamentale da lui attribuita ai contadini, fatto che gli attirò critiche severe dai sovietici (critiche, peraltro, ignorate), e (2) e all’esaltazione della volontà rispetto al determinismo delle leggi storiche e sociali, tratto che lo accomuna parzialmente ad Antonio Gramsci.

Purtroppo nel “pensiero” di Xi Jinping non si trovano molte tracce di originalità. Le tesi presentate al congresso, e ora inserite stabilmente nella Costituzione, sono piuttosto banali. Fanno appello alla necessità di modernizzare totalmente il Paese e, soprattutto, insistono con costanza sul concetto confuciano di “armonia”, chiave di volta del progetto di Xi.
Sarebbe errato, tuttavia, considerare il suo successo quale mera manifestazione di una volontà di potenza individuale. In realtà si tratta di una esemplificazione di ordine e stabilità, fattori imprescindibili a garantire, per l’appunto, sviluppo e progresso “armonici”.

Naturalmente in Italia e in Occidente le critiche sono subito fioccate, giacché il progetto stesso è l’antitesi della “società aperta”. Eppure chi scrive ha dubbi in quantità, soprattutto a fronte dei risultati – raggelanti – delle ultime elezioni politiche italiane.
In altre parole, un sistema “libero” che non si cura della competenza (capacità di governare) degli eletti è davvero migliore di un sistema “bloccato” che invece attribuisce alla competenza un’importanza decisiva? Ed è davvero anti-democratico un sistema che impone filtri e griglie a chi vuole candidarsi a cariche pubbliche?
Quesiti antichi, che da sempre tormentano la storia del pensiero occidentale (un po’ meno, invece, quella del pensiero orientale). Resta il fatto, piuttosto angosciante, che forse abbiamo qualcosa da imparare anche da Stati tradizionalmente autoritari.

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