mercoledì 19 settembre 2018

‘Il Marina’ e Lucia, 100 anni diversi

Marina, che quando nacque, nel 1914 si chiamava Enrico Ferrari. ‘El Marina’, che un po’ tutti conoscevano nella zona del Basso Sarca, lassù, nel Trentino…
Dolci e amari i ricordi che Lucia Calzà raccoglie fra Arco, Priò, Val di Non… per le valli dove Marina girovagava a piedi, spingendo un carrozzina con una bambola, seguita da un cagnetto… benvoluta un po’ da tutti …
Gatto randagio-Francesca de Carolis, su temi delicati e complessi come l’intersessualità, la transessualità, l’omosessualità, ma anche di quel veleno sottile che è la discriminazione..
Marina, biasimata, derisa, “messa all’indice come perversa peccatrice contro la natura e contro dio”, col fascismo diventa minaccia per la razza e viene spedita al confino, a Ustica. Poi arriva la democrazia, e lei finisce nel manicomio criminale di Volterra, poi in quello civile di Pergine…

Oggi vi voglio parlare di Marina e Lucia, dopo che ne ho letto persone per me difficili da dimenticare.
Marina, che quando nacque, nel 1914… “nella situazione di disagio dei tempi della guerra e nella povertà diffusa che non risparmiava la sua famiglia, era un ben piccolo problema il fatto che alla nascita avesse dei genitali un po’ diversi dalla norma. Ma il ‘pisellino’ c’era, e quindi maschietto. Nome: Enrico. Così avevano deciso per lei”. E all’anagrafe è Enrico Ferrari.
Lucia, nata quasi mezzo secolo dopo, che ha conservato il ricordo di quando da piccola vedeva “la Marina” passare davanti ai tre negozi alimentari che servivano la zona della case popolari di Arco, per alcuni ancora “el Marina”, che un po’ tutti conoscevano nella zona del Basso Sarca, lassù, nel Trentino… E come dimenticare quel volto mite e appena sorridente, tante rughe e occhi chiarissimi, sotto i bizzarri cappelli, e quelle sue gonne a fiori…
La raccomandazione delle madri era: “non avvicinatevi alla Marina”.

Ma Lucia, Lucia Calzà, a Marina si è avvicinata tanto, fino a riuscire a sfiorarne l’anima, quando, da grande, si è messa a cercarla, nei ricordi, nelle testimonianze della gente delle valli. E indagando, chiedendo, approfondendo, ne ha fatto infine traccia per la narrazione della propria diversità, e di temi quanto mai delicati e complessi come l’intersessualità, la transessualità, l’omosessualità, ma anche di quel veleno sottile che è la discriminazione che tanto tocca. Ne è nato un libro dalla scrittura nitida, spontaneo, profondo e vasto: “Marina, noi, gli altri, gli animali”.
Mi è piaciuto moltissimo questo libro, con il quale l’autrice ci consegna il ricordo “della Marina”, attraverso brani di memoria collettiva, mentre parallelo scorre il racconto dell’Italia e del destino di volta in volta scritto per i “diversi”…
Già perché Marina, non compresa in famiglia, biasimata, derisa, “messa all’indice come perversa peccatrice contro la natura e contro dio”, col fascismo diventa minaccia per la razza e viene spedita al confino, a Ustica. Poi arriva la democrazia, ma per lei non va meglio. Finisce nel manicomio criminale di Volterra, poi nel manicomio civile di Pergine. Ne esce quando la sorella si assume la responsabilità della sua custodia, ma la convivenza dura poco e Marina riprende la sua libertà in strada…

Dolci e amari i ricordi che Lucia Calzà raccoglie fra Arco, Priò, Val di Non… per le valli dove Marina girovagava a piedi, spingendo un carrozzina con una bambola, seguita da un cagnetto… benvoluta un po’ da tutti “perché non ha mai preteso nulla”, “conosceva i limiti che doveva rispettare, non si avvicinava ai bambini”, “non aveva niente di uomo e niente di donna, ma vestiva da donna, spesso con le minigonne, con gambe magrissime”, “più era colorata più era contenta e allora le regalavo qualche collana, ed era felicissima”, “la vita Marina la prendeva così, anche alzando le gonne in mezzo alla strada, se le garbava”. Pur nel “disastro di immondizia della sua baracca”… a cui un giorno qualcuno volle dare fuoco…
Malmenata, viene ricoverata nella casa di riposo d’Arco dove dopo poco muore. “d’altronde le avevano levato tutto: la baracca, la carrozzina, i suoi cani, la libertà”…

Non può prescindere da Marina, Lucia, per parlare di sé, delle proprie paure, della vita difficile e sofferta di chi sa che la felicità si raggiunge solo se si riesce ad essere davvero se stessi. Così Lucia Calzà, iniziando da un passato da recitare al maschile, ci racconta il suo desiderio di vivere e di essere riconosciuta come donna, il cammino per realizzarlo, che ha pure tanto bisogno dell’essere accolti dal mondo intorno. Così il racconto diventa un viaggio attraverso leggi, costumi, riflessioni, confronti… interpuntati da teneri, sottili disegni…
Un libro ricchissimo. Che non troverete in libreria, perché stampato e distribuito in proprio (ma se qualcuno riesco a incuriosire: [email protected])
Un libro da leggere, per fermarsi a riflettere e interrogarci sugli schemi immutabili che siamo educati a dare a tutto e a tutti, e su quello che Alexander Schuster, dell’università di Trento, che si occupa di biodiritto e diritti civili, definisce “il paradigma dell’eterosessualità di Stato, della classificazione forzosa in maschi e femmine…”.

E il libro non si ferma all’essere umano. L’ultima parte si allarga ad abbracciare tutti gli altri animali, e ci invita a considerare lo sfruttamento che facciamo di chi non ha strumenti per difendersi, per affermare la propria dignità di essere vivente. Con parole nitide e spontanee che non sarei riuscita a trovare e nelle quali mi riconosco in pieno. Perché sempre penso che il nodo è ancora e sempre tutto lì: nella violenza della scala gerarchica che abbiamo costruito, nel diritto che ci arroghiamo di far quello che vogliamo di chi abbiamo deciso essere a noi inferiore… E tutto nel filo del discorso ci sta. Perché ogni parola, in questo libro, nasce dalla grande capacità di Lucia Calzà di immedesimarsi negli altri, lei che scrive: “se fossi vissuta un secolo fa, con molta probabilità la mia vita sarebbe stata segnata dal manicomio come quella di Marina… se fossi nata in un paese africano potrei essere anch’io nella tomba di uno dei barconi affondati nel nostro mare… se fossi nata mucca avrei una vita lontanissima dai miei bisogni, una vita fatta solo di sofferenza e dolore…”

Una nota a margine. Forse c’entra poco, ma…
A proposito della vicenda dell’uomo che, a Firenze, è uscito di casa pensando di farla finita e alla fine ha rivolto l’arma contro un senegalese, uccidendolo. Non è omicidio a sfondo razziale è stato detto. Dipende da cosa intendiamo per razzismo… E’ che non riesco a non pensare che troppo spesso si sfoga il proprio sentirsi nulla, la propria disperazione, su chi nel fondo dell’animo sentiamo inferiori: una donna, un diverso, un animale… pensando di potercelo permettere…

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