domenica 16 dicembre 2018

I dazi di Trump, mossa da guappo

Messaggio trasversale agli “amici” dell’Europa e ai veri nemici: i cinesi.
– Si comincia così e non si sa dove si andrà a finire.
– Il guadagno su acciaio e alluminio per gli Usa sarà minimo, ma dopo i guai arriveranno a catena

Si è acceso una sigaretta e ha gettato il cerino in un deposito di benzina. Questo, se volete, il parallelismo più immediato che ci viene in mente per descrivere la disastrosa mossa di Donald Trump sui dazi doganali.  Anche l’Economist, nella sua copertina, ci va giù pesante. Con una vignetta in cui la il faccione del Presidente Usa acquista le sembianze di una bomba a mano. “The Bible”, la “Bibbia”, come viene definito dagli analisti il prestigioso settimanale britannico, titola sottolineando come il sistema di regole su cui è basato il commercio internazionale sia ora in grave pericolo. Per usare un eufemismo. Che la nuova Amministrazione americana fosse tentata da foie isolazionistiche lo sapevamo già da un pezzo, ma che arrivasse al punto di distruggere a colpi di mazza ciò che restava dei principi del libero scambio internazionale ce lo aspettavano fino a un certo punto.

D’altro canto, l’uscita di scena di un consigliere economico della Casa Bianca del calibro di Gary Cohen faceva già presagire i nuvoloni neri che si andavano addensando, prima di questa sorta di tempesta perfetta. Certo, l’Amministrazione Trump non è proprio un modello di coerenza. Come i tram caratteristici che sferragliano su e giù per le colline di San Francisco, in Pennsylvania Avenue si sale e si scende con molta disinvoltura. E senza grande vergogna. Trump sembra un bigliettaio che vede alternarsi passeggeri di spessore senza battere ciglio: ministri, generali, consiglieri per la Sicurezza nazionale, capi-staff. Che la prima superpotenza del mondo sia retta da un capitano che fa andare il caicco avanti e indietro, a zig-zag, senza seguire una rotta precisa, lascia tutti molto inquieti. Questo è vero per la politica estera, ma è ancora più vero per le grandi decisioni che toccano l’economia del pianeta.

I principi del libero scambio sono alla base della difesa dei consumatori e segnano la discriminante per un equo rapporto costi-qualità di tutti i prodotti, che poi significa benessere. Per tutti. Perché obbliga a produrre meglio e a prezzi più bassi. Il protezionismo è un espediente dei tempi delle ferriere, quando per lanciare un nuovo sistema produttivo si alzavano muri divisori. Oggi non funziona più e chi lo pratica dimostra non solo di essere un grande ignorante dei principi della teoria economica, ma anche un povero illuso, perché pensa di mettere pezze a un sistema che già fa acqua da tutte le parti. Lavorare, lavorare, lavorare, predicano i cinesi. Consumare, consumare, consumare, replicano gli americani. Magari a sbafo e firmando cambiali che si riverseranno come un Everest di carta sulle future generazioni. Promettere senza mantenere è ormai uno sport consolidato tra i politicanti di tutto il globo terracqueo. Tanto a pagare poi ci pensa Pantalone.

Però… però, est modus in rebus, dicevano i latini. Dietro la mossa di Trump non ci sono solo motivazioni, alquanto contorte, di teoria economica. Mettere la gabella (25% sull’acciaio e 10% sull’alluminio) non ha grande senso a guardare i numeri. Queste due voci rappresentano solo il 2% dei paperoneschi 2,4 trilioni di dollari di import Usa. Un misero 0,2% del Pil. Né contribuiscono ad alleviare le ferite di una bilancia commerciale ormai in profondo rosso strutturale (la bellezza di -818,7 miliardi di dollari). Mentre i concorrenti sgobbano come camalli (Area Euro +270,7 miliardi di dollari; Cina addirittura +437,7 miliardi). Ora, se Trump vuole bucare il pallone perché gli altri giocano meglio di lui, faccia pure. Fino a quando il suo Paese glielo lascerà fare. Le motivazioni costituzionali che gli consentono lo zecchinetto con l’economia Usa sono deboli. I dazi sono “figli” di una strategia di difesa degli interessi strategici della nazione, che sarebbero “minacciati” (forse dalla poltroneria degli stessi americani….).

Balle. Il vero obiettivo è lanciare una minaccia di sguincio, da guappo, agli “amici” (l’Europa) e ai veri nemici (la Cina). Si comincia così e non si sa dove si andrà a finire. Gli Stati Uniti, come aveva previsto il Nobel Joseph Stiglitz, stanno facendo rivoltare nella tomba molti “apostoli” della teoria economica, da Milton Friedman a Von Hayek fino a Von Mises. L’ex Palazzinaro, insediatosi alla Casa Bianca per l’insipienza dei suoi avversari, a partire dalla Clinton, rischia non solo di rompere il giocattolo a stelle e strisce e di azzoppare definitivamente la WTO (la World Trade Organization), ma anche di scatenare la Terza guerra mondiale, quella vera, combattuta nei mercati internazionali a colpi di dazi cervellotici, ritorsioni e contro-ritorsioni. Già la Merkel ha levato il suo grido di dolore, mentre i produttori del raffinato agro-alimentare italiano intravedono mala tempora. Trump? Insomma, lasci stare l’economia e parli di bombe atomiche, che forse fa meno danni….

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