mercoledì 20 febbraio 2019

Cosa sta per capitarci con la guerra dei dazi

Un export italiano verso gli Usa di 40 miliardi, e non solo “italian food & beverage”. Made in Italy, le auto di lusso, certe tecnologie.
– Ma chi possiede chi?
– Banche d’investimento ed i fondi americani che possiedono gran parte delle aziende europee, molte italiane.
– Il caso FCA.
– E le industrie militari?
– Fincantieri costruisce addirittura negli Stati Uniti.
– Leonardo SpA con la DRS produce alte tecnologie militari per il Pentagono in quel Paese.
– E se saranno solo dazi su acciaio e alluminio, sarà l’invasione in Europa di semilavorati cinesi, indiani e altri respinti dagli Usa

“Trump pronto a firmare i dazi, ma perde il consigliere Cohn”. Così l’agenzia Ansa, che conferma per oggi la firma del provvedimento. L’enormità di questa iniziativa protezionistica è confermata proprio dalle dimissioni, per divergenza di vedute con il suo presidente, del consigliere economico Gary Cohn, che pure è stato l’artefice del grande taglio di tasse in quel Paese. Al momento, si parla di dazi al 25% per le importazioni di acciaio e del 10% per quelle di alluminio, ma la questione è molto più ampia.

Come quelle combattute in armi, infatti, le guerre commerciali si sa come cominciano, ma non come finiscono. L’effetto domino è incombente. Tanto che Trump sta puntando l’attenzione anche sulle auto importate dall’Europa e l’UE, dal canto suo, sta già mettendo le mani avanti, predisponendo adeguate controffensive. Il libero mercato, finora, ha aiutato lo sviluppo di molti Paesi: il ritorno del protezionismo potrebbe essere deleterio.

La questione è delicata anche per l’Italia che può vantare, nell’ultimo anno, un export di 40 miliardi, dei quali quattro per i soli prodotti agricoli ed il cosiddetto “italian food & beverage”. Il cibo, il vino e l’olio italiano tirano moltissimo negli Stati Uniti, ma anche i prodotti del made in Italy, le auto di lusso, certe tecnologie. Trump minaccia di mettere dazi anche su questi prodotti, perché il suo obiettivo primario sarebbe quello di riequilibrare gli 800 miliardi di dollari di deficit commerciale degli Stati Uniti.

“Ne abbiamo abbastanza di far arricchire gli altri”, scrive. Quando, poi, la realtà è che sono le banche d’investimento ed i fondi americani che possiedono gran parte delle aziende europee, molte italiane. Ciò significa che, magari, qualche stabilimento dà lavoro agli operai europei, ma la dirigenza e gli utili vestono americano. Il caso FCA è emblematico. E le alleanze militari? La sicurezza internazionale? Sarebbero pienamente coinvolte, in negativo, in questa dissennata guerra.

Per restare all’Italia, siamo membri della Nato, le nostre aziende militari collaborano da sempre con quelle Usa. Fincantieri costruisce addirittura negli Stati Uniti, con Fincantieri Marine Marinette, alcune navi per la U.S. Navy. Leonardo SpA ha accordi con le principali industrie della difesa e possiede una importante società, DRS, che produce alte tecnologie militari per il Pentagono in quel Paese.

L’innalzamento di muri manderebbe a catafascio questi accordi, proficui per tutti, intrecciati in decenni di paziente ed amichevole collaborazione. Ma anche se il processo di chiusura commerciale non andasse avanti e si fermasse ai soli dazi sui due semilavorati, il danno per l’Italia e per l’Europa si evidenzierebbe. Infatti, cinesi, indiani ed altri, non avendo più accesso al mercato statunitense, cercherebbero nuovi mercati di sbocco dalle nostre parti.

I bassi prezzi che quei Paesi potrebbero praticare, spazzerebbero definitivamente via la nostra industria siderurgia, che di guai suoi ne ha già fin troppi. Il ministro per lo sviluppo economico, Carlo Calenda, ha manifestato preoccupazione. Anche i cittadini cominciano ad impensierirsi. “Per favore, qualcuno fermi Donald Trump”, abbiamo letto su facebook.

Potrebbe piacerti anche