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domenica 15 Settembre 2019

Russiagate pista europea verso l’Ucraina

‘Russiagate’ non più soltanto accusa politica: dal procuratore Mueller una nuova grana per Trump.
– Soldi a politici europei per favorire il blocco filo-russo in Ucraina.
– Il Presidente non c’entra direttamente, ma la sua squadra elettorale è nei guai fini al collo.
– Accusa chiama accusa, e confessione di fronte a decenni di galera chiama pentimento.

Robert Mueller, il capo della speciale commissione d’inchiesta sul Russiagate, ha messo a segno un doppio uppercut contro il faccione del Presidente Trump, che di questo passo rischia di andare dritto filato verso la procedura di impeachment. Che vuol dire? Significa che se i sospetti sui maneggi col Cremlino dell’ex Palazzinaro dovessero essere provati, l’inquilino della Casa Bianca farà la fine di Nixon, che fu travolto dallo scandalo Watergate. Mueller avrebbe fatto “cantare” qualche uccellino, che per evitare di finire in gabbia (è il caso di dirlo) per un ammontare biblico di anni, ha vuotato, sia pure indirettamente, il sacco sulla capa del suo “principal”. Per l’esattezza, tale Rick Gates, vice manager della campagna elettorale trumpiana, ha ammesso di avere contribuito a una “cospirazione “ inventata per favorire Mosca nel suo difficile e sanguinoso contenzioso con l’Ucraina.

Gates avrebbe spifferato che il “campaign manager” di Trump, Paul Manafort, sarebbe stato incaricato di foraggiare lautamente alcuni “vip” politici europei perché dessero un bella mano d’aiuto a Putin. Strano? No, logico secondo Mueller. Tutto forse rientrava nel tacito accordo non scritto tra il clan del Presidente e quello di Vladimir Vladimirovic, per scambiarsi reciproci favori, che avrebbero avuto un’accelerata in vista dell’auspicata conquista della Casa Bianca contro una Hillary Clinton incartapecorita da scandali e scandaletti assortiti. Quanto avrebbe distribuito Manafort agli alti papaveri del Vecchio Continente? Si parla di circa due milioni e mezzo di dollari, tra il 2012 e il 2013, anche se il manager smentisce seccamente L’arco di tempo oggetto di accurate indagini farebbe pensare a un sodalizio di vecchia data tra Trump e Putin, sostenuto da una “teoria della cospirazione” ai limiti del fantapolitico.

Oppure sarebbe una bomba a orologeria indirizzata a Trump per essersi scelto un braccio destro come Manafort, che faceva bisboccia coi russi da anni. In effetti non ci sono accuse che siano direttamente collegate alla campagna per le Presidenziali americane del 2016. Aleggiano solo sospetti. Ma per ora tutto questo basta e avanza. La triangolazione, anzi, il “quadrilatero”, legherebbe Mannafort all’ex Presidente ucraino Yanukovych, a sua volta fedelissimo di Putin. L’ultimo spigolo dell’inquietante poligono sarebbe, appunto, Donald Trump. Per ora, non potendo scaricare sulla bilancia accuse ben più gravi (che forse saranno tirate fuori al momento opportuno) gli investigatori puntano l’indice contro Manafort per reati “veniali”, come la mancata iscrizione allo speciale albo dei mediatori politici o la sua presunta creazione di fondi esteri con i denari in arrivo da Kiev.

Si tratterebbe, in pratica di evasione fiscale e “Money laundering”, cioè riciclaggio. Ma il macigno smosso da Mueller rischia di rotolare fino al Vecchio Continente, schiacciando sotto il suo peso i politici europei che si sono messi al servizio del Cremlino per il vil denaro. E dato, come dicevano i latini, che “pecunia non olet”, questi “vip” si sarebbero venduti, brigando per costituire una lobby a favore del blocco russo-ucraino. Nel mazzo, sostiene Gates, ci sarebbe anche un ex Cancelliere (potrebbe trattarsi di un premier austriaco, Alfred Gusenbauer). Hapsburg Group si chiamava il think-tank messo in piedi da Manfort come “centro studi” sull’Ucraina. In effetti si trattava di un’impalcatura organizzativa, indispensabile per mascherare l’attività di lobby senza sollevare troppa polvere. Gusenbauer ha ammesso di avere incontrato esponenti politici europei e membri del Congresso Usa, ma ha negato di essere stato, sia pure indirettamente, al servizio di Yanukovych.

Certo, l’affaire, come detto, potrebbe rivelarsi l’ennesimo colpo alla credibilità di Trump. L’impressione è che il capo dell’Inquiry incaricata di valutare ogni possibile coinvolgimento nel “Russia-gate”, miri alla testa del Presidente, convinto che abbia mentito su tutto il polpettone, che tiene banco sui giornali americani. Una sorta di scandalo Watergate in sedicesimo, dove manca però un Bob Woodward, il giornalista del Washington Post capace di tirare fuori dalle sentine della politica Usa tutto il fango in cui poi affogò Nixon. Finora Robert Mueller ha messo sotto scopa ben 19 persone, tra cui l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Michael Flynn. Lo Special Counsel, incaricato di indagare sulle possibili manovre di Mosca alle Presidenziali americane per favorire la vittoria diTrump, è stato costituito dal Deputy Attorney General (Vice Procuratore Generale) Rod Rosenstein, che ha chiamato l’ex capo dell’Fbi, Robert Mueller, a dirigerlo.

Mueller ha un mandato molto ampio, tanto che le inchieste sul Dossier Ucraina, che riguardano Paul Manafort e Rick Gates, non sono intrinsecamente collegate alle elezioni per la Casa Bianca. Ma potrebbero “incrociarle”, fornendo nuovo materiale per mettere nei guai Trump e avviarlo all’impeachment.

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