lunedì 16 luglio 2018

Italia, Polonia e Garibaldi, ripasso per ignoranti o distratti

A mister Jarosław Kaczyński, leader politico dell’attuale governo polacco.
– Alla sua cortesia, sollecitare alla lettura della presente (e di altri centinaia di libri disponibili) la signora direttrice della scuola elementare di Varsavia, già ‘Giuseppe Garibaldi’, nome censurato perché dedicato ad un ‘avventuriero’ anche un po’ antisemita.
– In copertina, ‘Legioni polacche combattono in Italia’, disegno di Mieczyslaw Koscielniak, Mozeum Wijska Polskiego, Varsavia

Il caso è singolare e forse unico, ma nell’inno nazionale polacco e in quello italiano esistono dei riferimenti incrociati: in quello polacco si parla infatti del nostro Paese e viceversa. La spiegazione è un po’ complessa, ma vale la pena di ricordarla in ogni caso, se non altro perché di questi tempi si dimentica spesso quanto in realtà la storia d’Europa dal punto di vista della circolazione delle idee sia sempre stata interconnessa e quanto poco alla fine abbiano contato invece imposizioni o censure.

Legionari polacchi a Milano, acquerello

Partiamo dall’inno polacco, conosciuto anche come la ‘mazurka di Dabrowsky’, o Mazurek Dabrowskiego: il testo fu scritto a Reggio Emilia, città del Tricolore, nel 1797 da un ufficiale polacco di nome Jozef Wybicki che combatteva assieme alle truppe di Napoleone durante la prima campagna d’Italia. Il generale Dabrowsky e il tenente Wybicki appartenevano infatti allo stesso gruppo di volontari polacchi che, dopo la spartizione della Polonia avvenuta nel 1795 ad opera di Austria, Russia e Prussia, erano riparati a Parigi per continuare a combattere i comuni nemici. Loro viva speranza era infatti che, dopo una sconfitta in Italia dell’Austria, i francesi li avrebbero appoggiati nella liberazione della Polonia.

La seconda strofa del testo infatti riporta esattamente queste parole: «Marcia, marcia, Dabrowsky, / dall’Italia alla Polonia», mentre il riferimento contenuto nella prima strofa («La Polonia è ancora viva») allude al fatto che, nonostante la spartizione, una nazione polacca esisteva sempre.
Durante le guerre napoleoniche, cominciate in Italia, i polacchi si distinsero sempre per grande coraggio, talvolta al limite della temerarietà. Alla battaglia della Trebbia nel 1799, nella seconda campagna d’Italia, affrontarono i russi di Suvorov subendo pesanti perdite e nel corso della guerra di Spagna nacque il mito dei lancieri polacchi che con carica fulminea si assicurarono la vittoria nella battaglia di Somosierra nel 1808 aprendosi la strada verso Madrid. Grandi sacrifici dunque in Italia e nel resto d’Europa, che comunque affrontarono nella speranza di poter un giorno liberare la Polonia dall’occupazione straniera.

La lotta all’occupazione straniera del resto è anche il tema dominante nelle parole dell’inno nazionale italiano e, proprio in questo contesto di liberazione dei popoli dall’oppressione, o «dal giogo straniero» come si diceva un tempo, nel 1847 Goffredo Mameli formula dei precisi riferimenti alla Polonia e alla sua condizione di schiavitù e divisione in due parti distinte sotto l’impero russo e austriaco. Nella quinta strofa del Canto degli Italiani, si trova l’allusione alla dura repressione in atto in Polonia sia da parte russa che austriaca.

«Già l’Aquila d’Austria /
le penne ha perdute. /
Il sangue d’Italia, /
il sangue Polacco, /
bevé, col cosacco, /
ma il cor le bruciò».

Nel novembre 1830 era scoppiata a Varsavia l’ennesima rivolta anti russa, chiamata anche la ‘rivolta dei cadetti’ perché i primi a sollevarsi furono gli allievi di una scuola militare: sconfitta dopo mesi di combattimenti, la rivolta ebbe conseguenze anche nella parte austriaca. Inoltre Il fatto che proprio questa strofa fosse oggetto di censura da parte degli zelanti funzionari del regno di Sardegna, la dice lunga sulle analogie tra situazione italiana e polacca e sui timori che potesse accendere nuovi conflitti o aumentare le adesioni al movimento mazziniano, particolarmente temuto per l’intransigente repubblicanesimo. Nel 1830 poi altri moti si erano verificati in varie parti d’Italia e anche Giuseppe Mazzini era stato arrestato dalle autorità del regno di Sardegna.

Un’ultima nota riguarda infine anche Giuseppe Garibaldi, o meglio i garibaldini che combatterono in Polonia durante la rivolta del 1863-64 e i numerosi polacchi che presero parte al Risorgimento. L’eroe dei due mondi in numerosi scritti e discorsi aveva sempre appoggiato la causa polacca e alcuni polacchi erano caduti in combattimento durante la difesa di Roma del 1849. Ancora prima altri polacchi avevano preso parte alla sfortunata rivolta mazziniana in Savoia nel 1834. Con il passare del tempo in Italia la simpatia per la causa polacca crebbe fino a far sperare i patrioti polacchi in un vero e proprio intervento italiano.

A Genova poco dopo l’Unita d’Italia sorse perfino una scuola militare per i giovani polacchi che avrebbero intrapreso la liberazione del Paese, ma ebbe vita breve: trasferita a Cuneo fu poi chiusa per le pressioni diplomatiche russe. Nonostante la situazione sfavorevole la rivolta contro i russi scoppiò ugualmente, ma dopo mesi di combattimenti si concluse con una sconfitta. A questa rivolta partecipò un celebre garibaldino che morì nei pressi di Cracovia nella battaglia di Krzykawka: il bergamasco Francesco Nullo, veterano del 1848 e dell’impresa dei Mille, assieme a un gruppo di garibaldini aveva tentato di raggiungere la Polonia. Di essi nove furono arrestati dalla polizia austriaca prima ancora di varcare il confine, tre morirono in combattimento e quattro, catturati dai russi, scontarono dodici anni di lavori forzati in Siberia.

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