• 27 Febbraio 2020

Siria, governativi alle porte di Afrin, la Turchia bombarda i convogli

Fine guerra mai

La voragine del conflitto siriano si allarga. I combattenti pro-Assad entrano ad Afrin, accolti dai curdi delle Ypg, ma Ankara non cede e li bombarda. Nuova strage a Ghouta est, decine e decine le vittime. E Mosca ora ammette: soldati russi uccisi a Deir Ezzor dai raid Usa

La Turchia ha bombardato le aree vicino al valico di Ziyara, a sud-est di Afrin, nel nordovest della Siria, dove sta muovendosi il convoglio delle forze siriane partite da Aleppo e dirette verso l’enclave curda teatro dal 20 gennaio di una campagna militare lanciata da Ankara e dai ribelli alleati dell’Esercito libero siriano. Anadolu, agenzia di stampa di Ankara, riferisce che dopo i colpi di artiglieri turca i governati si sarebbero ritirati/fermati a 10 chilometri di distanza.

La notizia dell’ingresso delle forze di Damasco nella zona di Afrin viene riportata anche dagli attivisti dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, citati dall’agenzia di stampa Dpa. Immagini diffuse dalla tv libanese al-Mayadeen mostrano mezzi con le bandiere siriane, con miliziani a bordo e carichi di armi, mentre entrano nell’area di Afrin. Nelle immagini i combattenti fanno il segno della vittoria.

 

La battaglia di Afrin, siriani e curdi contro i turchi

Nei prossimi giorni i carri armati turchi saranno schierati attorno ad Afrin e comincerà l’attacco finale, ha annunciato Recep Tayyp Erdogan. Il presidente turco continua a usare toni aggressivi, promettendo che l’offensiva delle sue truppe non si fermerà se non dopo aver spazzato via ogni minaccia “terrorista”. In questa categoria Erdogan comprende sia i jihadisti dell’ex Isis sia i miliziani curdi delle Ypg, le unità di protezione popolare che Ankara considera parenti strette del Pkk fuorilegge. Più i secondi dei primi viste le denunce internazionali di jihadisti riciclati come mercenari anti curdi.

Domanda di Cadalanu su Repubblica: “davvero la Turchia ha intenzione di attaccare i militari siriani, impegnati a difendere i loro confini, rischiando un’escalation difficile da controllare? La risposta più facile sembra negativa, quanto meno se si ragiona sul principio che in guerra chi alza la voce in realtà non vuole alzare il tiro. E Ankara sta usando toni reboanti, al punto da intimare persino agli americani di lasciare al più presto Manbij, la prossima tappa dell’operazione “Ramoscello d’ulivo”.

Ma il presidente despota della Turchia sembra deciso ad andare avanti, nella ricerca di minacce esterne in mancanza di soluzioni politiche per i problemi interni. E nonostante gli inviti della comunità internazionale Erdogan non intende mettere in discussione o anche solo rallentare nella repressione di ogni voce dissenziente. Va anche detto che l’intervento militare di Ankara sta mettendo dura prova i rapporti già sfibrati non solo con gli Stati Uniti ma anche con la Russia, alleato chiave di Damasco.

In un mese l’operazione ‘Ramoscello d’ulivo’ è riuscita a strappare ai curdi una striscia di territorio lungo tutto il confine, ma a caro prezzo. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani negli scontri sono morti 39 soldati turchi, 205 miliziani arabi, 219 guerriglieri curdi, 112 civili. Ankara parla invece di «1700 terroristi neutralizzati». Il punto debole dell’azione turca sono le divisioni fra i ribelli. Ieri due gruppi filo turchi, Ahrar al-Sham e Al-Zinki, hanno creato un nuovo fronte contro Hayat al-Tahrir al-Sham per strappargli il controllo di Idlib. In Siria è guerra di tutti contro tutti.

rem

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