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mercoledì 16 Ottobre 2019

Siria, scontro diretto Usa Russia?

Uccisi o feriti in un attacco aereo dagli americani un numero imprecisato di russi. Certa stampa occidentale sparava cifre da ecatombe, il Cremlino smentisce e sbeffeggia: «Cinque russi di Wagner, compagnia privata militare vietata dalla legge. Non parliamo di 400, 200, 100 e neppure di 10».
– Comunque, quei morti russi per mano americana, siano quanti siano, diventano segnale allarmante di quanto non previsto possa accadere in quel campo di battaglia di troppe guerre fai da te che è diventata la Siria.
– Intanto, ‘effetto domino’ in altre aree della regione, segnala Piero Orteca, il Sinai una delle ultime frontiere del Califfato, dove insiste l’antiterrorismo arrabbiato del generale-presidente Al Sisi.

Le cose in Siria stanno prendendo una brutta piega: fonti occidentali esageravano sino a 200 russi uccisi o feriti, la scorsa settimana, nel corso di un’offensiva lanciata dalle milizie ribelli sunnite sostenute dagli Usa. Due giorni fa il ministero degli Esteri da Mosca, ha riconosciuto che cinque russi hanno perso la vita nel raid Usa a Deir el-Zor in Siria. Le vittime facevano parte di Wagner, una compagnia privata militare vietata dalla legge. “Non stiamo parlando di personale militare russo”, ribadisce Mosca irritata per certe sparate stampa, “Non parliamo di 400, 200, 100 e neppure di 10”. Comunque, quei morti russi per mano americana, probabilmente più di cinque ma certo meno di 200, ci sono, e non era accaduto neppure durante le vera ‘guerra fredda’. Il primo grave incidente che vede coinvolte le due grandi potenze, che finora erano riuscite a far coesistere il loro interventismo con la necessità di evitare incontri ravvicinati, forieri di grosse rogne.

L’attacco era diretto contro le forze governative di Damasco e i loro alleati sciiti. Iraniani ed Hezbollah. Tra i bersagli dell’offensiva coordinata dagli americani cerano anche uomini della milizia sciita afghana, truppe pro-Assad delle Syrian National Defense Forces, esponenti di tribù arabe locali e, appunto, i mercenari russi assoldati da un contractor privato di Mosca, la “Wagner”. La manovra Usa è stata di quelle “a basso rischio”. Sono infatti stati usati aerei F-22 Raptor, F-15 Strike Eagles, Air Force AC-130 (meglio conosciuti come “cannoniere volanti”) ed elicotteri d’attacco al suolo “Apache”. Il tutto completato da un massiccio tiro di artiglieria dei Marines. Nell’attacco pare che siano anche stati utilizzati piccoli reparti del Gruppo Operazioni Speciali. Il ribaltamento della strategia militare della Casa Bianca, che finora aveva accuratamente evitato di scontrarsi con i russi, era cominciato una settimana fa circa.

Per la verità, gli americani erano anche intervenuti per arginare un attacco di siro-iraniani e di Hezbollah, condotto con carri T-55 e T-72, contro una base delle Syrian Democratic Forces, nei pressi di Tabiye. Coinvolte squadre di ingegneri e tecnici di Putin incaricati di gettare un ponte mobile sull’Eufrate, nei pressi di Deir ez-Zour. Su quelle presunte vittime russe (ora ammesse), il portavoce di Putin, Dimitri Peskov, aveva da subito precisato che il suo governo si preoccupa di “contabilizzare” solo le perdite delle forze armate ufficiali e non si interessa della eventuale sorte dei mercenari ingaggiati da Damasco. In ogni caso, spifferi di corridoio parlano della crescente irritazione del Cremlino nei confronti di Trump, forse colpevole di rimangiarsi tutti gli accordi non scritti assunti con Mosca. Mai resi pubblici, perché l’affaire del “Russiagate” sta lievitando e rischia di travolgerlo rovinosamente.

Intanto, la situazione resta bollente anche in altre aree della regione, dove, con un effetto-domino, si fanno sentire i contraccolpi della guerra in Siria. Per esempio, appare sempre più chiaro che il Sinai resta ormai una delle ultime frontiere del Califfato. Dopo la sconfitta sui campi di battaglia, le schegge impazzite dell’Isis, fiancheggiate dalle tribù beduine della regione, stanno cercando di fare della Penisola una nuova roccaforte del terrorismo. El-Sisi, Presidente-generale egiziano, saltimbecca dall’odio viscerale per il radicalismo sunnita alla supponenza da condottiero, stile Tutmosi III. E non cede di un millimetro, rispondendo colpo su colpo. Sa di essere seduto su un barile di polvere da sparo, perché l’Egitto di oggi non è proprio un Giardino dell’Eden e la fame si taglia col coltello. Il passo, dalle rivendicazioni sociali allo scontento mascherato da “irredentismo” religioso è breve, e il rischio che il Paese salti in aria si fa sempre più concreto.

Tutto questo basta e avanza per spiegare le continue operazioni di “contro-terrorismo” ordinate dal nuovo faraone nel Sinai, dove il grande Paese arabo si gioca la sua credibilità. Cosa che tradotta in maniera più spicciola e prosaica significa, soprattutto, il materializzarsi di una bella catasta di dollari. Quelli depositati ogni anno grazie ai flussi turistici che portano un fiume di valuta pregiata. Tutto questo spiega l’ultima “setacciata” contro i jihadisti che, nei giorni scorsi, ha causato la morte di una sessantina di terroristi e la cattura di quasi settecento tagliagole, allievi di Abu Bakr al-Baghdadi. El-Sisi è costretto, quindi, a tenere alta la guardia. Alle sue spalle premono ottanta di milioni di senza-casta. Basterà giocare d’anticipo per evitare una possibile sollevazione, che sarebbe devastante?

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