mercoledì 20 marzo 2019

La Milano che amo e quella banale-scintillante che odio

Lettera d’amore per Milano, per chi ci vive, per chi si batte contro la narrazione tossica dell’epoca che crea solo consenso e conformismo. Depotenziando ogni forma di ribellione e di poesia. Spalancando le porte alla bruttezza razzista e di stupidità volgare.

Di Milano mi mancano certe mattine all’Isola, la bellezza vera degli amici e delle amiche, le facce simpatiche, incazzate, il vociare del mercato, Isola Pepe Verde luogo sacro fuori dal mondo, gli artisti di Isola art center, quelli attivisti di Macao, il carrettino dei bimbi di Soprasotto, i ragazzi di Rimaflow, lo yoga di Tess, la Libreria del Mondo Offeso.
Per dieci anni è stata la mia casa, il luogo dell’abitare che ho scelto. Ho una nostalgia fertile di tutto quello che è stato e che si è costruito insieme nella cura e nell’amicizia…

Non mi manca invece per niente la movida che la sera calava scemotta, ogni anno più aggressiva e banale. Non mi mancano i servi impasticcati di ogni età, quei quadri dirigenti dell’Italia mediocre che si crede elegante, e mostra ricchezza e prestigio col suo retrogusto feroce di razzismo, il maschilismo perfetto; non mi mancano le obbedienti tacchettanti con gonnellina corta, le modelline seccardine, la massa informe di ciondolatori da fuori locale alcolico. Insomma non mi manca una certa Milano che precipita nel conformismo dell’inutilità di tendenza, che somiglia ai nuovi quartieri della gentrificazione, scintillanti e disumani, ai giardinetti plastificati dove non si può entrare, dove giocare è vietato. Tutta apparenza, ma di una vitalità impasticcata.

Poi i giovani. Non mi mancano quelli del risvoltino, i ragazzetti con le sopracciglia disegnate, le barbine scolpite, lunghe e tutte uguali, e il cuore pavido di chi sa muoversi solo all’ombra di un’obbedienza totale. Ogni volta, guardandoli, mi sono chiesto a chi fossero figli, se i loro padri per mandarli a studiare a Milano si fossero massacrati di lavoro e sacrifici, se davvero valesse la pena diventare così figurine in un format, per partecipare alla grande battaglia umana del creativo precario e senza midollo, senza neanche quella spinta umana di ribellione personale. Manco rispondendo alla domanda: se non lo fai per la società in cui vivi, ribellati almeno per la tua dignità.

E i giovani trasgressivi. L’altra faccia della medaglia. Non mi mancano quelli della birretta penzolante in mano, il passo trascinato, il look riconoscibile a un chilometro. Quelli che insozzano i giardinetti con la tracotanza di chi pensa che essere zozzi è sinonimo di rivoluzione; quelli a cui basta un tatuaggio feroce o uno slogan su una magliettina per sentirsi ribelli, per passare la vita a fare la gioventù bruciata. E pensano che fuori dal loro mondo fumoso e preconfezionato non esista vita.

Invece la vita esiste. Ed è semplice. Non serve scriversi addosso chi si è, invece di esserlo davvero. Basta l’azione a fare la poesia. Per esempio la differenza tra orinare su un fiore e curarlo è importante. Serve a fare la rivoluzione. Perché prendersi cura, delle persone e delle cose, è un concetto assolutamente radicale. E lo dico parafrasando Naomi Klein, che magari hanno letto anche i trasgressivi conformisti, dubito sappiano chi è quelli col risvoltino che vivono nell’attesa degli aperitivetti della settimana di qua e di là.
Che poi questo culto dell’aperitivo lascia il tempo che trova, per usare una frase fatta in questo diluvio di polemica. Parliamo di robetta avanzata e insapore, che serve per tenere attiva la coordinazione oculo-manuale, in modo che il lobo parietale del cervello, almeno passivamente continui a funzionare.

No, questa Milano non mi manca. È troppo avanti rispetto al resto del Paese, mi sembra un luogo di sperimentazione ben riuscito della sconfitta totale e inesorabile. Il fatto che compaia in ogni pubblicità con il suo skyline posticcio e modernissimo che eleva al cielo il dito della Torre Pelli di Unicredit è un segno ulteriore. La spiritualità finanziaria e misteriosa che aleggia. E che invade l’immaginario di chi, nei luoghi magici dove rinascerà la civiltà, pensa che sia meglio questo format plastificato rispetto alla bellezza vera. Rispetto al valore di un albero, dell’umanità, del cammino, della povertà che ha reso grande e magnifica questa terra. Ribellarsi anche contro questo virus è necessario.

Mi mancano di Milano gli amici e i compagni che si battono contro questa miseria. E a loro, eroi nella metropoli degli specchi, dedico questa mia lettera invernale. A chi non si arrende all’evidenza e sperimenta nuove strade – non necessariamente utili alla devastazione – mentre fuori lampi e tuoni percorrono il paesaggio.

L’immagine di copertina è di Giulia Cipriani. Scattata al Maxxi di Roma durante l’allestimento della grande foto di Paola Del Bello, per Isola Art Center, che ritrae i cittadini del quartiere Isola che dopo una lotta epica hanno ottenuto di poter gestire il giardino comunitario del quartiere, Isola Pepe Verde. In ricordo di Bert Theis.

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