martedì 25 giugno 2019

‘Secolo breve’, memoria corta, Kosovo ottomano

Il Novecento concentrato tra la prima guerra mondiale e la caduta del muro di Berlino.
– Nei Balcani l’eredità dell’impero ottomano allo sfascio.
– Tra la prima e la seconda guerra mondiale montano le tensioni tra popolazione slava e albanese.
– Il tentativo imperiale italiano in Albania.
– La 21° divisione SS kosovara.
– Estrema destra contrapposta allora, come oggi tra filo russi e filo occidentali.
– Grande destra mitteleuropea all’orizzonte, ma questo è un altro tema, e.r.

‘Secolo breve’ con più morti di tutti

La storia del Kosovo del xx secolo richiama subito una certa analogia con la teoria del ‘secolo breve’ formulata dallo storico inglese Hobsbawm, secondo il quale il Novecento si compì nell’arco di tempo tra la prima guerra mondiale e la caduta del muro di Berlino e dunque in meno di cent’anni. Il Novecento inoltre – secondo altri storici – fu anche un secolo di violenza spaventosa. Indubbiamente ambedue le teorie trovano nelle vicende kosovare ampi riscontri, ma confermano anche che i principali fattori di instabilità furono spesso esterni come appunto due guerre mondiali nell’arco di un trentennio e la caduta della cortina di ferro. Fu infatti a partire dalle guerre balcaniche, poco prima dello scoppio della Grande Guerra, che il Kosovo ottomano fu annesso al regno serbo. Il legame storico con la Serbia era antico perché dal medioevo vi sorgevano importanti monumenti religiosi ortodossi, ma nel frattempo molte cose erano mutate, a cominciare dal fatto che nessuno poteva vantare una maggioranza assoluta sulla base della popolazione o delle religioni praticate. Il Kosovo e la vicina Macedonia erano infatti multietnici e multireligiosi, aspetto che non turbava affatto il decadente impero ottomano, ma non coincideva con l’idea europea occidentale dello stato nazione.

Contrapposte eredità ottomane

Il periodo tra le due guerre trascorse in mezzo a numerose tensioni tra le due comunità: da una parte il regno di Yugoslavia, che a partire dagli anni Trenta divenne una struttura autoritaria e fortemente centralizzata, e dall’altra le comunità albanesi del Kosovo e della Macedonia legate non più direttamente all’impero ottomano, quanto piuttosto a un modo di vivere ancora pre-moderno basato sui tradizionali rapporti tra clan e famiglie in un mondo rurale. Ben diversa invece la presenza serba che contando sulla burocrazia, sull’industria mineraria o sui commerci, tentava di imporre il proprio modello nella regione. Fu durante la Seconda Guerra mondiale che questo fragile equilibrio si ruppe in maniera traumatica a partire dall’attacco tedesco alla Yugoslavia e dallo smembramento che ne seguì in stati collaborazionisti dominati dalle potenze occupanti. Nel caso del Kosovo in un primo tempo l’occupante fu l’Italia, che si era già insediata in Albania dal 1939, creando la breve illusione che il protettorato italiano avrebbe ampliato uno stato albanese forte e unitario. Il ritiro dai Balcani dell’Italia a seguito dei fatti del settembre 1943 e la successiva occupazione tedesca avrebbero invece drammaticamente messo a confronto invasori e collaborazionisti da una parte e il movimento di resistenza che si accingeva alla liberazione del paese.

21° divisione SS da montagna

Fu in questo periodo che si verificarono alcuni tra gli eventi più dolorosi che ampliarono il solco già presente tra le diverse comunità. Dopo la costituzione in Bosnia, primavera del 1944, di una divisione di SS di volontari musulmani reclutati sul posto, la 21° divisione SS da montagna “Skanderbeg” composta solo da albanesi, che in breve si guadagnò fama di spietatezza soprattutto nei combattimenti contro le forze partigiane e nel duro trattamento riservato alla popolazione civile slava. Una pagina oscura quanto poco citata vide la divisione SS albanese protagonista anche nei rastrellamenti contro gli ebrei. Sebbene il Kosovo multietnico e l’Albania non nutrissero particolari sentimenti antisemiti e durante l’occupazione italiana non fossero state avviate procedure di persecuzione o deportazione in massa, la divisione “Skanderbeg” rastrellò tutti gli ebrei della regione e i numerosi rifugiati che si erano messi in salvo fuggendo dalla Croazia o dalla Serbia. Oltre alla divisione, che del resto era un’unità delle SS a tutti gli effetti, a guidare le deportazioni e la lotta antipartigiana in qualità di ministro degli interni dell’Albania collaborazionista fu proprio un albanese del Kosovo: Xhafer Ibrahim Vera, nato nel 1904 a Mitrovica, di forti sentimenti antislavi e visceralmente anticomunista, riuscì tuttavia dopo la guerra a fare perdere le tracce tra la Siria e l’Italia e a riparare nel 1956 negli Usa, dove morì praticamente indisturbato nel maggio 1978.

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