Privacy Policy Kosovo, 10 anni fa l'indipendenza, mancano pacificazione e prosperità -
lunedì 20 Gennaio 2020

Kosovo, 10 anni fa l’indipendenza, mancano pacificazione e prosperità

Un 17 febbraio gelido quello del 2008 a Pristina, la brutta capitale di un Paese da sempre problematico.
– Il Kosovo diventa Stato indipendente alla conclusione di feroci scontri etnici tra la maggioranza di popolazione albanese e la Serbia a cui la provincia appartiene, e dopo tre mesi di bombardamenti Nato per volontà americana.
– Meno della metà dei paesi Onu ancora non lo riconoscono, e tre Paesi Ue che ancora fanno finta che Pristina sia ancora in Serbia.

L’unico collante di serbi e albanesi è la delusione

‘Il Kosovo che doveva essere un grande laboratorio multietnico ed è ormai una piccola Albania’. Con questo inizio il Corriere della Sera propone un bella cronaca dal Kosovo alla vigilia del suo primo decennale. Il Kosovo un pezzo della ‘Grande Albania’, è la versione politica più diffusa e assieme più delusa. Di ‘Grande’ da quella parti dei Balcani trovi davvero poco. Brillante l’idea di Francesco Battistini, che propone il suo Kosovo partendo da Gracanica, enclave di diecimila serbi a proteggere il monastero ortodosso e la loro nostalgia. ‘Qui i dieci anni dalla proclamazione dell’indipendenza’, racconta Battistini, ‘sono un 17 febbraio come un altro’.
O peggio, «in questi giorni noi preferiamo celebrare la grande vittoria dei serbi sugli ottomani». Le forzature etniche non rispettano né la storia e neppure il buon senso (quanto i monasteri della prima cristianizzazione slava, 1200 circa, cercarono di farli diventare albanesi). Ora c’è di mezzo la musica. La prima del musical serbo era stata fissata proprio la sera dell’Independence Day e del grande concerto dell’albanese Rita Ora sulla piazza di Pristina, dieci chilometri in là. Ci sono state proteste ma niente da fare.

Uno Stato ancora bambino

‘Musica e palloncini, più canzonette che inni. Qualche cuoricino gialloblù’. I colori nazionali della bandiera imposta, col cuore che batte sempre e soltanto sull’aquila nera in campo rosso del nazionalismo albanese. A Pristina arrivano le delegazioni straniere, ce n’è una anche dalle isole Marshall (quella di Gerusalemme capitale di Israele, al seguito di Trump), ma l’impressione -ironico Battistini- è che ‘i sottosegretari sovrastino i presidenti’. Meta poco ambita Pristina. Aneddoto di supponenza, “Hanno mandato un invito a Buckingham Palace, e naturalmente la regina Elisabetta ha declinato”. “Mezzo mondo c’è, ma senza troppo entusiasmo”. L’altro mezzo teme i troppi separatismi.

La delusione unitaria

Una disoccupazione stellare, un passaporto senza visti che vale meno di quello dei palestinesi, e l’unica cosa che accomuna i kosovari serbi e albanesi, la delusione. Solo un mese fa, a Mitrovica, ultima trincea serba in terra ormai albanese, l’assassinio di Oliver Ivanovic, il leader serbo che cercava il dialogo interetnico. A una possibile verità su quel delitto non ci crede neppure il fratello di Oliver, che pure di mestiere fa il giudice. Assassinio compiuto da killer mascherati, armi col silenziatore: ‘Delitto di Stato’, come l’omicidio del premier serbo Djindjic. Un altro dei grandi misteri di questa terra.

Dieci anni dall’indipendenza

Antipolitica anche da questa parti. Un kosovaro guadagna 300 euro al mese e un parlamentare cinque volte tanto. Certo, le cose sono migliorate, non c’è più guerra. Il Kosovo vuole il pane, non il circo, ‘e non sarà una cravatta a trasformare i vecchi scamiciati Uck in uomini di governo’. Centrale a carbone di Obiliq, alle porte di Pristina, fabbrica di tumori. La corruzione, i traffici illegali, le mafie. Il simbolo dell’incoscienza citato da Battistini, la chiesa serba di Cristo Salvatore, nel centro di Pristina, iniziata nell’era Milosevic e mai finita: sorge su un terreno dell’università dove ora gli islamici vorrebbero costruire una loro grande moschea, da contrapporre alla nuova cattedrale cattolica dedicata a Madre Teresa.

Troppe cose rimaste congelate

Padre Sava, storica voce dei monaci ortodossi di Decani: «Da vent’anni abbiamo i militari italiani a proteggerci, ci troviamo ancora i muri del monastero graffitati da chi ci augura l’Isis. Ogni tanto c’è chi prova ad attaccarci coi lanciarazzi rpg, due anni fa hanno arrestato qui davanti quattro albanesi con armi e cattive intenzioni. Milosevic, Tudjman, i vecchi leader nazionalisti hanno giocato con la mappa dei Balcani. Ma questi nuovi capi scherzano con politiche inconcludenti che non portano da nessuna parte. Ho sentito politici albanesi dire che la loro guida è Madre Teresa. Ma andiamo!… Serbi e albanesi si somigliano, lasciano che a comandare siano i clan. E il nazionalismo è ancora una buona scusa per coprire l’illegalità diffusa».

Troppi conti aperti col passato

I potenti albanesi oggi temono di dover fare i conti con un processo per crimini di guerra preteso dall’Europa che potrebbe anche spazzarli via. Vecchie storie di centinaia di serbi ammazzati dall’Uck albanese, accuse contro il presidente Thaci e il premier Haradinaj. E qui, Francesco Battistini torna allo «Slobodan Show» da cui era partito: ‘una sassata nella palude’. «Questa è una nostra guerra privata con la storia, non c’interessa dire chi ha cominciato prima. O chi ha avuto più morti. O se Milosevic sia stato avvelenato in carcere. Vogliamo dimostrare come l’eco di quel cinismo politico sia ancora fra noi. Infatti Slobodan è un tabù per tutti, in Serbia come in Europa. Ma perché ha pagato solo lui? Perché i Tudjman della Croazia o gli Izetbegovic della Bosnia non sono stati toccati?».

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