domenica 23 settembre 2018

F-16 israeliano abbattuto sulla Siria, la contraerei russa e Putin

Consiglieri militari russi coinvolti nell’abbattimento dell’F-16 di Gerusalemme che stava attaccando una base militare di Teheran in Siria.
– Nuovi particolari sullo scontro avvenuto nei cieli di Palmira dove un missile SA-5 ha colpito il jet.
– Il drone iraniano e le smentite di Teheran.
– Il primo aereo israeliano abbattuto da 30 anni.

A che gioco sta giocando Putin in Medio Oriente?

Ormai è quasi guerra aperta tra Israele e l’Iran. Sabato un F-16 di Gerusalemme è stato abbattuto da un missile terra-aria (sicuramente un SA-5 russo) lanciato da una base siriana (la T4 nei pressi di Palmira) controllata dalle Guardie Rivoluzionarie degli ayatollah e “supervisionata” dai consiglieri militari di Mosca dal centro di Kheimim. Il che complica pericolosamente le cose, perché significa che il Cremlino ha dato, in qualche modo, il suo assenso alla reazione iraniana. Sembra che qualche missile sia stato sparato anche dal Libano. Dunque, la vera domanda da farsi in questo momento è: a che gioco sta giocando Putin in Medio Oriente e nella Siria in particolare?

Ieri il governo russo ha smesso un comunicato “double face”, esortando i Paesi della regione a non inasprire le tensioni e puntualizzando che “le zone di de-escalation” siriane (dove sono installate basi e truppe di Mosca) “devono essere rispettate”. L’impressione è che russi si tengano le mani libere, pronti a seguire esclusivamente i loro interessi, anche a costo di applicare una sorta di zigzag diplomatico e strategico. Ma dialogano con tutti, evitando di rilasciare dichiarazioni di fuoco e oltremodo sbilanciate, come quelle fatte ieri da Casa Bianca, Dipartimento di Stato e Pentagono. Tutto questo gli israeliani lo conoscono perfettamente e stanno in campana.

Lo scoppio della crisi era stato preceduto, nei giorni scorsi, da una triangolazione di “diplomazia parallela” fatta da Damasco, quando Assad aveva deciso di contattare Netanyahu, facendogli recapitare un messaggio che suonava come un impegno solenne a ricercare un dialogo con Gerusalemme. Secondo indiscrezioni che arrivavano da fonti israeliane, Assad avrebbe fornito a Netanyahu precise garanzie sui futuri scenari del dopoguerra in Siria. In primo luogo, affermando che i confini lungo il Golan, dente cariato della diplomazia israeliana, sarebbero stati blindati dallo stesso esercito siriano, che si sarebbe opposto “a qualsiasi infiltrazione esterna”, con chiaro riferimento ai miliziani di Hezbollah e alle presenze iraniane nell’area considerata.

Nell’occasione avevamo scritto che Israele non avrebbe esitato a scatenare una guerra preventiva contro il suo nemico numero uno: la teocrazia persiana. I fatti di ieri, purtroppo, cominciano a darci ragione. Lo strike, ordinato dal capo di Stato maggiore dello Stato ebraico, Gady Eisenkot (con l’assenso del premier Netanyahu e del Ministro della Difesa, Lieberman), seguiva la distruzione di un “drone” di Teheran, che aveva sconfinato sopra il Golan. I piloti israeliani, eiettatisi col seggiolino dal jet che stava precipitando, si sono salvati, riuscendo a raggiungere i loro confini e ora sono ricoverati in ospedale. Uno è ferito seriamente.

Il “drone”, che si dirigeva verso il lago di Tiberiade, è stato colpito da un elicottero Apache, allertato assieme alla squadriglia di caccia costantemente pronti allo “scramble” (cioè al decollo nel giro di tre minuti per parare eventuali minacce). Contemporaneamente, mentre suonavano le sirene in tutta la Bet Shea Valley, sono stati preparati al lancio anche i sofisticati missili “Patriot”, di fabbricazione americana, che fanno parte della costosissima rete anti-missile organizzata da Gerusalemme per difendere il suo spazio aereo. Questo è il primo scontro veramente serio, foriero di pesanti e imprevedibili conseguenze, che si verifica tra israeliani e iraniani dallo scoppio della guerra in Siria, nel 2011. E le prime reazioni non promettono proprio niente di buono.

Netanyahu ha subito convocato una riunione d’emergenza del suo governo, mentre gli iraniani hanno replicato con una minacciosa dichiarazione del vice capo delle Guardie Rivoluzionarie, il brigadier generale Hossein Salami. L’alto ufficiale di Teheran ha sparato ad alzo zero, è il caso di dirlo, sia contro Gerusalemme che contro Washington, dichiarando che gli israeliani sullo sconfinamento del “drone” mentono spudoratamente e che per loro “si apriranno le porte dell’inferno”. Hosseini agli americani, invece, manda a dire che gli ayatollah “sono in grado di colpire qualsiasi base Usa nella regione” e aggiunge che consiglia alle truppe stanziate in Medio Oriente da Trump di fare le valigie e filare dritte a casa.

Secondo autorevoli fonti di Gerusalemme, gli iraniani, approfittando della caotica situazione sul campo di battaglia siriano e della progressiva liquidazione delle forze dell’Isis, stanno continuando una capillare strategia di penetrazione e mirerebbero a installare unità militari d’élite a ridosso del Golan, costituendo un potenziale minaccia per lo Stato ebraico. Tra le altre cose, i servizi segreti di Netanyahu gli hanno già fatto sapere che in Siria gli ayatollah stanno equipaggiando le loro truppe con i micidiali “drone” Mohaier 6 (nome in codice Migrant), in grado di imbarcare bombe ad alto potenziale e di sganciarle con assoluta precisione. Proprio per far fronte a questa nuova minaccia, il generale Eisenkot ha convocato il capo dell’aviazione, Amiram Nurkin, per concordare un efficace piano per la difesa dello spazio aereo.

La situazione è complicata dal fatto che anche Hezbollah è stato rifornito di “drone” armati, ed è in condizione di attaccare via aerea dal Libano. I prossimi giorni saranno cruciali per salvaguardare la precaria stabilità della regione.

 

IL FILMATO ISRAELIANO DELL’F-16 COLPITO IN SIRIA QUANDO PRECIPITA

Potrebbe piacerti anche